Avete presente quella sensazione unica che si ha mentre si visita un museo? Quel silenzio accogliente, un silenzio che ti assorbe accompagnato da una sorda curiosità che ti pervade mentre passi da una sala all’altra. “È la potenza della cultura” , mi sono detta una volta. Come succede nei luoghi di culto, anche nei musei molto spesso si trascorre il tempo della visita in un silenzio assorto, accompagnato da qualche bisbiglio nella ricerca dell’opinione del nostro accompagnatore.

 La prima volta che ho imparato questo – quest’aurea che lo caratterizza – di un museo è stato proprio al Mart. In quelle domeniche che al tempo mi sembravano infinite e noiose fino allo sfinimento. Ma in punta di piedi sono state loro che  hanno fatto crescere in me la consapevolezza della bellezza del museo e dell’ inesorabile lentezza.

In un mondo che corre, il museo identifica i tempi giusti: un sabato passato a bere il caffè caldo la mattina e poi avvolto da opere d’arte, sculture e storie che si intrecciano e si legano in un modo che, forse, nemmeno chi le ha create avrebbe mai immaginato. Forse, questo è valso anche per Pasolini, Burri e Caravaggio. È probabile che nessuno di loro avrebbe mai osato pensare che, un giorno lontano, qualcuno li avrebbe uniti all’interno di una sala di un museo di Rovereto. Così invece è stato. Dopo aver visitato tutte le collezioni stabili eccoci qui all’ultimo piano davanti a Caravaggio, il contemporaneo.

Una mostra piccola ma intensa, nella quale le luci soffuse e le grandi colonne creano uno spazio ampio che ci avvolge e ci fa sentire piccoli. Piccoli di fronte l’inesorabilità della morte e, al tempo stesso, della vita.

L’unione con tra i tre artisti rende la mostra ancora più accattivante, un legame che in apparenza sembra forzato, ma che con il proseguire della mostra si fa sempre più intenso e reale. Al centro delle storie di questi tre artisti, due personaggi: Santa Lucia e la tela maestosa di Caravaggio con di fronte la propria copia. Identica.  È difficile capire quale sia quella reale da quella falsa. Per questo vi chiedo:


Dov’è il confine dell’arte?
 La replica identica di un opera di 400 anni fa può essere considerata arte?

Domande importanti a cui cercheremo di dare risposta durante le nostre future interviste. Vi consiglio comunque di andare al Mart. A mio parere è sempre una buona idea, non solo perché l’esposizione merita una visita,  ma anche per concordare sul fatto che dopo trent’anni questo edificio riesce ancora ad essere moderno e contemporaneo.

-R.

©Foto di Rebecca