Finali incompresi

Era una calda notte estiva del 1969 quando Sharon Tate, la moglie del regista Roman Polanski, venne brutalmente assassinata nella sua casa a Hollywood, a due settimane dal parto che l’avrebbe resa madre per la prima volta. La cameretta del bambino profumava di vernice fresca e nei cassetti erano ordinate le tutine che avrebbero ospitato il corpicino di quel figlio del cinema. Tutine che, sfortunatamente, non verranno mai indossate.

A cinquanta anni esatti da quel tragico evento, in una giornata di settembre, le locandine dei cinema in Italia mostravano la copertina di un nuovo film. L’immagine era colorata, allegra, frizzante e, soprattutto, al centro troneggiavano i volti di tre personaggi ben noti: Brad Pitt, Leonardo Di Caprio e Margot Robbie. Un trio senza dubbio promettente, che il pubblico italiano accolse con entusiasmo considerando il film già una garanzia. Proprio come il cast, la regia era da considerarsi una certezza: sto parlando di Quentin Tarantino, l’apoteosi di quello che credo rappresenti al meglio abilità narrativa, una fotografia ricca di sottigliezze e, più di tutto, quella che chiamerei la legge del “less is more”. Tarantino infatti, come anche altri registi – Christopher Nolan, ad esempio – segue una formula ben precisa per raggiungere il coinvolgimento del suo pubblico: fornire pochi elementi per creare un alto engagement. Del resto i film più acclamati nella storia sono quelli con le trame più complesse, quasi azzardate, ma che alla fine, grazie alle intuizioni dello spettatore giungono a un senso compiuto, ad un ordine finale.

“Once upon a time in… Hollywood”, per quanto promettesse bene, credo sia stato un film dal finale molto incompreso. Quando sullo schermo è stata proiettata la fatidica scritta finale in giallo “Written and directed by Quentin Tarantino” io ero sinceramente commossa, emozionata per aver visto (per la prima volta!) un film di Tarantino al cinema. Dentro di me pensavo: “Magari la vicenda di cui parla il film si fosse conclusa davvero in questo modo…”, mentre attorno a me alcuni si chiedevano quale fosse il senso di questo film. Qual è il collegamento tra la moglie di Polanski e quella banda di hippie? Molti ridevano per la scena del lanciafiamme, altri per il ruolo beffardo e insolito che è spettato a Pitt. Poi ho capito che quel finale, semplicemente, non era per tutti. Non che fosse per cinefili, appassionati o persone particolarmente acute, semplicemente non era per tutti e proprio questo l’ha reso magico.

Alcuni film non ti forniscono tutti gli elementi di cui hai bisogno per comprenderli fino in fondo: spesso è lo spettatore a dover dare un senso ad un finale o ad un dettaglio, ripescando dalla memoria quello che già conosce o dall’intuito quello che riesce a percepire.

Improvvisamente, ho capito di desiderare più film con finali incompresi.

Beatrice

Immagine copertina di Kenai15 – Deviantart (https://www.deviantart.com/kenai15/art/Margot-Robbie-feet-Sharon-Tate-822434653)

2 risposte a "Finali incompresi"

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  1. mi stai dicendo che c’era gente in sala così ignorante che non ha saputo della tragica fine della morte di polanski???
    anche hilary duff ha provato a fare una cosa simile, ma la sua interpretazione e il film non sono stati apprezzati…

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    1. Ciao! Secondo me, purtroppo, sono stati molti quelli che sono andati al cinema bellamente inconsapevoli (ahimé) della veridicità della tragedia che rievoca Once Upon a Time in Hollywood. Questa, secondo me, è una delle ragioni del perché non è stato capito il film: chi non conosce la vicenda, per lo meno a sommi capi, ha completamente travisato l’idea di fondo di Tarantino.

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