Oscars 2022: il cinema è in agonia (e anch’io non mi sento tanto bene)

©Ciakmagazine

«Bene o male non importa, l’importante è che se ne parli», diceva il Dorian Gray di Oscar Wilde nell’ormai lontano 1890, anticipando di gran lunga la moderna società dello scoop, del sensazionalismo, della notizia facile, veloce, da ingurgitare e risputare in un batter d’occhio. A proposito di glamour, iperboli e apparenze, anche quest’anno la notte di premiazione degli Oscar è passata, lasciandosi dietro una lunga scia di opinioni divertite, sdegnate o parteggianti per il povero – o cattivissimo, a seconda delle fazioni – Will Smith, divo di lungo corso che in occasione del primo Oscar della sua carriera ha ben deciso di prendere a pugni l’amico e presentatore Chris Rock, colpevole di aver fatto una battuta di cattivo gusto (?) sulla capigliatura della moglie Jada, affetta da alopecia e dunque costretta a portare i capelli rasati.

©Vanity Fair

Primato di certo infelice, quello dell’ex Principe di Bel Air, che va però ad affiancarsi a una folta lista di eventi che hanno fatto notizia per la loro unicità e che – paradossalmente -, ancora una volta no, non riguardano davvero da vicino la settima arte: Ariana DeBose è la prima prima donna nera afro-latina queer a vincere un Oscar; anche Troy Kotsur fa la storia degli Oscar in quanto primo uomo non udente a vincere un Academy Award come Miglior attore per la sua performance in Coda – I segni del cuore; per la prima volta nella storia degli Oscar la presentazione della serata è stata affidata a tre donne, di cui due di origine afroamericana. L’elenco sarebbe ancora lungo, ma prendiamoci un momento per celebrare l’importanza e l’innegabile ricaduta sociale di questi fatti (eventi che, peraltro, dovrebbero già rientrare nel novero della normalità da tempo), e poi domandiamoci: in tutto ciò, il cinema come se la passa?

©Cosmopolitan

Bene, ma non benissimo. Perché durante questa edizione degli Academy Awards si è decisamente consolidata la tendenza, tipica di tutta l’award season degli ultimi anni, del dare più importanza alla vetrina e al costume che alla sostanza della materia che si stava andando a giudicare, e a premiare. Sarà per via dell’ultimo colpo di CODA post-pandemico, ma l’impressione è che davvero col tempo l’organismo degli Oscar si sia svuotato di spessore cinematografico, definendosi più come un ente di promozione e sensibilizzazione sociale che come istituzione primariamente impegnata a valorizzare i mestieri della settima arte. Consuetudine peraltro evidentissima anche per questa novantaquattresima edizione, se pensiamo che la nuova, scintillante categoria di premiazione “Oscar dei fan” è andata nientepopodimeno che al buon Zack Snyder e al suo cafonissimo Army of the Dead, per non parlare dei vincitori degli Oscar per Miglior film, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior film d’animazione e così via. Ed ecco dunque, in questo polemicissimo articolo, l’elenco di chi ha vinto in alcune categorie importanti e di chi, meritocrazia docet, avrebbe dovuto vincere:

MIGLIOR FILM:

Vince: I segni del cuore – Coda; avrebbe dovuto vincere: Belfast o Licorice Pizza. Perché sì, carina la storia della famiglia sorda con un’unica figlia udente che deve darsi da fare per tutti, ma stiamo letteralmente parlando della copia americana di La famiglia Bélier, film francese del 2014 diretto da Èric Lartigau. Originalità questa sconosciuta.

MIGLIOR REGISTA:

Vince: Jane Campion, Il potere del cane; avrebbe dovuto vincere: Kenneth Branagh, Belfast. Regia corretta quella della Campion, commovente quella di Branagh.

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA:

Vince: Troy Kotsur, I segni del cuore – Coda; avrebbe dovuto vincere: Kodi Smit-McPhee, Il potere del cane. Innegabile la bravura di Troy, ma il senso di inquietudine perenne generato dallo sguardo del giovane attore australiano è impareggiabile.

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

Vince: I segni del cuore – Coda; avrebbe dovuto vincere: La figlia oscura. Adattamento intricatissimo di un libro minore di Elena Ferrante, la capacità di intrigare e coinvolgere della storia raccontata da Maggie Gyllenhaal sta spanne avanti alla riproduzione americana di un film francese.

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE:

Vince: Encanto; avrebbe dovuto vincere: Luca. Ma davvero c’è qualcosa che può competere con la bellezza di un’amicizia marino-umana ambientata in un’italianissima Liguria a suon di pasta al pesto?

MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE:

Last but not least. Vince: Drive my car; avrebbe dovuto vincere: È stata la mano di Dio. Capisco che il napoletano non vada forte negli USA, ma suvvia, è sempre lo stesso Sorrentino che avete premiato con La Grande Bellezza, solo molto più intimo e meno intellettualoide.

Letizia

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