“Safe and sound” di Aldo Giannotti è stata la mostra che mi ha dato il benvenuto nell’ambiente culturale di Bologna, la prima mostra che mi ha portato al Mambo, e la prima mostra che ho visitato senza sapere che fosse effettivamente una mostra d’arte.
Inaugurata il 5 maggio 2021 nella sala delle ciminiere del museo d’arte moderna bolognese, curata da Lorenzo Balbi in collaborazione con Sabrina Samorì, ”Safe and Sound” si basava sui concetti di sicurezza e protezione, affrontati sotto diversi punti di vista.
Se la mostra fosse ancora fruibile probabilmente non sarei autorizzata a rivelarne i contenuti, in quanto rovinerebbe tutto il concetto che c’è dietro e svanirebbe quel genuino smarrimento che tutti dovrebbero aver provato entrando nella sala del Mambo. Tuttavia, devo dire che, tutte e tre le volte che l’ho visitata ho vissuto un’esperienza diversa, anche nel momento in cui già sapevo cosa aspettarmi.


La prima volta non ero neanche consapevole di cosa stavo per vivere, dato che avevo varcato le soglie del Mambo completamente impreparata e convinta che avrei visto semplicemente la mostra permanente del museo, ma uno degli aspetti più curiosi di “Safe and Sound” è stata proprio la compresenza tra mostra permanente e mostra temporanea; Giannotti e i suoi curatori hanno di fatto unito le due rendendole un tutt’uno. L’artista ha letteralmente fatto un buco sulla parete della sala per permettere il raggiungimento della mostra permanente direttamente dalla stanza che ospitava la temporanea, e questa proseguiva anche nelle altre sale, attraverso delle suggestioni fornite da biglietti che seguivano la direzione di senso di “Safe and Sound”.

Giannotti attraverso le sue opere esplora il concetto di sicurezza in tutte le sue sfaccettature, a partire da quella fisica a quella che regola la sfera sociale. Nella Sala delle ciminiere, il fruitore si ritrovava ad interrogarsi sulla questione, sperimentandone i diversi aspetti. Il visitatore entrava prima in una stanza asettica ritrovandosi davanti ad uno schermo che sembrava quasi uno specchio, perché riprende lo stesso ambiente, ma mostrando persone diverse; solo quando, al lato opposto, troverà la stanza speculare capirà l’atto performativo dell’artista che intendeva fare riflettere sul ruolo della tecnologia nel campo della protezione. Continuando nell’ambiente principale, si veniva accolti da addetti che quando meno te lo aspettavi sussurravano all’orecchio frasi inaspettate, chiedendo di sdraiarsi a terra o di correre da un lato all’altro della stanza, salire su delle scale che si muovevano solo per leggere delle scritte minuscole sulle pareti, e di disegnare su di esse. Tutto questo per sfidare il proprio senso delle regole, ribaltare quelle norme comuni da rispettare in ambiente museale e favorire nuovi processi comportamentali che vanno oltre i concetti di sicurezza e protezioni che sono radicati in noi.

“Safe and Sound” è stata decisamente una delle mostre di arte contemporanea che più mi è rimasta impressa, in particolare per la sua natura interattiva che ha permesso di entrare dentro i concetti dell’esposizione e di farne un’esperienza personale.
– Sveva
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