Credo che mai come in questo periodo abbiamo bisogno di esempi positivi e di valori solidi a cui guardare per non chiuderci tra le mura di casa e guardare all’altro con indifferenza. Quanto più come adesso è fondamentale cercare la gioia e ciò che di bello c’è e condividerlo con gli altri.
Un esempio positivo l’ho scoperto di recente e riguarda proprio la città dove vivo, Venezia, un bel po’ di anni fa…circa ottocento!

Venezia allora aveva un’anima veramente cosmopolita, si narra che addirittura nel Quattrocento fossero più gli stranieri che i veneziani ad abitarla. Gli stranieri erano accolti e integrati nella società dove ognuno dava un suo contributo. Sono nate così a partire da metà del Duecento le Scuole: delle confraternite composte da un gruppo di laici borghesi, accomunati dalla provenienza o da una condizione sociale.

Tra le scuole più conosciute ci sono ad esempio quella di San Marco (sede dell’attuale Ospedale), quella di San Rocco o di San Giovanni evangelista, denominate Scuole Grandi. Ma ce n’erano moltissime altre: degli albanesi, dei mureri, dei dalmati, dei fiorentini, dei milanesi… ogni foreste (ovvero chi non era nato nella Venezia isola del tempo) apparteneva ad almeno una di queste scuole. Funzionavano come degli stati sociali: garantivano protezione a chi vi apparteneva, assistenza ai malati e ai più fragili. Per chi non si poteva permettere una casa c’erano delle agevolazioni finanziarie o veniva addirittura concessa gratuitamente. E il tutto autogestito! (cosa che oggi facciamo fatica a concepire!).



E poi, soprattutto, queste scuole erano uno scrigno di opere d’arte con cui le confraternite le abbellivano. Ad esempio, la scuola grande di San Marco (chiamata così perché si ispirava al santo) che si trova accanto alla scuola di San Giovanni e Paolo è una delle più ricche e belle. Al suo interno ci sono opere di Jacopo Palma il vecchio, Giovanni e Gentile Bellini e Tintoretto sulla vita di San Marco. Ispirata al valore della carità, la scuola era il luogo di ritrovo per la confraternita e fungeva da luogo di “ricovero” per malati, orfani e persone fragili.
Queste scuole erano il segno della presenza e libertà di moltissimi foresti provenienti da una moltitudine di paesi. A Venezia è presente l’attuale chiesa di riferimento di tutti gli ortodossi d’Italia: San Giorgio dei Greci e anche il primo ghetto al mondo che nasce nel 1516 e diventa il modello di riferimento per i successivi.

Il ghetto non aveva una connotazione negativa così come oggi ci risuona: era un luogo in cui, sì gli ebrei erano controllati e vivevano in uno spazio delimitato, però c’era un patto con Venezia che in cambio assicurava loro protezione. Tra cristiani ed ebrei c’era uno scambio culturale oltre che commerciale molto florido e non solo tra le classi più abbienti. Lo dimostra un dettaglio in un quadro di Carpaccio: La nascita di Maria dove è presente un cartello con la preghiera cristiana «Santo Santo Santo nel Cielo benedetto Colui che viene nel Nome del Signore». La scritta però è tradotta in ebraico. Questo non significa che ci fosse una commistione tra le religioni ma di sicuro c’era un dialogo e una conoscenza reciproca tra le due.

La nascita di Maria, Vittore Carpaccio, 1502-1504
Originariamente nella Scuola degli albanesi a Venezia, ora all’Accademia Carrara di Bergamo
Venezia era quindi una porta d’incontro tra Oriente ed Occidente, un laboratorio in cui sperimentare la fusione di diverse identità, con il contributo di ognuno all’interno della società. Un esempio molto forte di cui oggi è importante portare memoria e su cui dovremmo riflettere per capire cosa significhino e su cosa sia basata la nostra identità di cittadini europei.
Abbiamo bisogno di recuperare uno spirito di apertura e confronto vero al diverso, sia per capire meglio la propria identità sia per arricchirsi di nuove prospettive. Come diceva anche Aristotele: la verità si dice in tanti modi!

Vi è venuta voglia di farvi un giro nella bellissima Venezia? Fatemelo sapere nei commenti!
Chiara
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