Tutti abbiamo quell’amic* che dice “io non ascolto musica italiana”, con quell’aria di indifferenza mista a noia, con il labbro che tende leggermente al naso. Ecco, quell’amica ero io fino a un momento fa prima di ascoltare una versione improvvisata di “Cumm’è”, una canzone del 1992 scritta da Enzo Gragnaniello, ma resa famosa dall’interpretazione di Roberto Murolo e Mia Martini.

Da quel momento ho scoperto due cose: una sulla musica italiana e una sulla musica suonata dal vivo. Ve le spiego subito, ma prima vi racconto come mi sono ricreduta…

La cena napoletana

Pensate che buffo: mi trovavo a Ontagnano, un paesello della bassa friulana, per mangiare una cena napoletana… a 820 km da Napoli!

L’osteria in cui mi recai era tutta arredata alla rustica, con decorazioni che riecheggiano il mondo agricolo e vinicolo, oltre che con l’esposizione di vari trofei di caccia. Tutte cose che vedreste anche in un localino di Napoli insomma…

La sala, piuttosto grande, aveva tavolate tutte piene. Non era la prima volta che quel lì si organizzava un evento del genere, e si vede che alla gente era piaciuto.

Ho visto sin da subito che tutte le persone presenti erano sì contente di poter gustare un menù (buonissimo, se a qualcuno interessa haha!) che univa nord e sud, ma erano soprattutto intrattenute dagli animatori della serata che cantavano musica napoletana al suon di una chitarra.

Non so se tutti sapessero il dialetto napoletano. Di sicuro c’erano degli expat del sud come mio zio, che se mi leggesse rimprovererebbe che il napoletano “non è un dialetto, ma una lingua!” (scusa zio).
Fatto sta che mi stupii di vedere parecchie persone attorno a me fare il coro agli interpreti della serata.

Mi piaceva vederli godersi quei momenti. Sicuramente, quando chiudevano gli occhi dondolando a ritmo delle melodie, piacevoli ricordi saranno riaffiorati nelle loro menti.

Io, però, devo ammettere che ero coinvolta fino ad un certo punto. Fino a quando agli intrattenitori non è saltato in mente di passare il microfono a qualcuno del pubblico.

Le soprese della serata

Gli animatori della serata avevano invitato due persone, un uomo e una donna che credo conoscessero già, forse da una delle cene precedenti.

L’uomo, che si è esibito per primo, era stato davvero bravo. Al mio tavolo, la mia famiglia ed io e non potevamo non commentare la sua bravura. Ma quello che è successo dopo è stato memorabile…

Il microfono lo passarono alla donna, probabilmente un’amica dell’uomo del pubblico che si era appena esibito. Il cantante “vero” della serata cominciò ad arpeggiare alcuni accordi sulle corde della sua chitarra. Guardo davanti a me perché mia zia aveva riconosciuto la canzone e aveva esclamato “Ah questa!”. Guardando suo marito gli dice “Vabbè ma se fa questa…”. Questo commento mi aveva intrigato un sacco. Ricordo di aver pensato: “hmm… la canzone dev’essere difficile! Chissà cosa riusciranno a fare…”
Subito dopo iniziò il duetto di “Cumm’è” e il resto è storia…

Vi posso giurare che in quei tre-quattro minuti che dura la canzone è sceso il paradiso in terra. Letteralmente.  Penso di non aver mai assistito a un’esibizione del genere: la voce dell’ospite era sorprendentemente dolce, ma potente allo stesso tempo. Raggiungeva persino le stesse tonalità di Mia Martini, il che significa che erano tanto alte. L’intuizione, dopo il commento di mia zia, era giusto: “Cumm’è” è una canzone difficile.

Nonostante ciò, gli interpreti che avevamo davanti a noi ci hanno regalato una speciale armonia con le loro impeccabili voci. Essi ci hanno travolti e alla fine è stato difficile riprendersi da un tale incanto.

Mi chiedo ancora come abbiano fatto a interpretare una canzone – che di per sé è poesia pura– in modo così perfetto, pulito senza far una prova prima. È incredibile!

Cumm’è sta canzone?

Da quel momento mi sono innamorata di quel brano che vi invito ad ascoltare, magari con il testo sottomano per intuire un po’ di più il significato, se come me non masticate bene il napoletano.

Il testo è delicato e trasmette un bellissimo messaggio, ovvero che siamo fatti per volare, perché per noi volare è come un istinto connaturato.

Questi versi “Ah comme se fa’ / A da’ turmiento all’anema/ Ca vo’ vula’ / si tu nun scinne a ffonne / Nun o puo’ sape’” ricordano che può capitare di toccare il fondo, ma l’anima vuol volare, per cui ha la forza di risalire e tornare a volare alta. E quando sarà di nuovo in alto, sarà anche più ricca perché ha conosciuto cose e parti di sé che prima erano nascoste.

Le mie scoperte (dell’acqua calda)

Dopo essere stata testimone di quella meraviglia ho compreso due cose: la prima è che mi sono persa un sacco di perle della musica italiana e napoletana per colpa di quel pregiudizio de “la musica italiana fa schifo” che, in fondo, non avevo provato sul serio a smentire. Mannaggia, ora mi mangio le mani!

La seconda cosa che ho compreso è che la musica dal vivo fa bene all’anema. Specialmente la musica spontanea che può nascere in qualsiasi momento se uno ha una chitarra in mano o anche se è solo armato della propria voce. Certo, non è un gioco da ragazzi superare l’imbarazzo di cantare davanti a un pubblico, ma di sicuro ne vale la pena perché la musica suonata, cantata, condivisa fisicamente con gli altri crea delle piccole soprese che ognuno poi conserva felicemente nel proprio cuore. Siete d’accordo?

– AK

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