SPECIALE ART-CONTAINER: #Affacciati con Alessia Bottone

La corte di San Tomè, sede ospitante di Art Container© 2021

Afroditelo non si ferma mai!

Un pomeriggio di qualche mese fa è successo un fatto curioso e inaspettato. Caterina Colacello, una mia compagna dei ruggenti anni universitari veneziani, mi ha telefonato per coinvolgere me e Afroditelo in un festival delle arti che avrebbe avuto luogo a Bergamo (città promossa a Capitale della Cultura italiana 2023 insieme a Brescia). Ho accettato senza esitare, nonostante non sapessi ancora bene a cosa andavo incontro – datemi cultura, cinema e un pizzico di glamour e sono perdutamente vostra –. È così che in men che non si dica mi sono ritrovata parte della giovane e dinamica giuria (interamente composta da giovani studenti universitari cinefili) della prima edizione di Art Container, un festival nato dalle mani esperte di Roberto Gualdi e dell’Associazione Cinema&Arte, votato alla celebrazione dell’arte in tutte le sue forme.

Come molti altri eventi in svoltisi da un anno e mezzo a questa parte, anche Art Container è stata per me un’esperienza vissuta interamente in modalità virtuale. Eppure, mentre io partecipavo – insieme a molti altri – nascosta dietro il fedele schermo del mio computer, la prima edizione di Art Container si è svolta in presenza,
nella suggestiva Corte di San Tomè di Almenno San Bartolomeo, alle porte di Bergamo. Dal 23 al 27 giugno, dopo mesi di grigia insicurezza dovuta alla crisi pandemica, la città di Bergamo si è illuminata dei mille colori della cultura, rinfrescata (metaforicamente, almeno) da una ventata di gioiosa, agognata normalità.

Sono molti (più di cinquanta) i film che io e i miei colleghi giurati abbiamo visto e di cui abbiamo animatamente discusso prima di arrivare ad un verdetto. Non tutti ci sono piaciuti e, come da copione, non siamo sempre stati d’accordo. Ma l’arte non sarebbe arte se mettesse tutti d’accordo. Il bello dell’arte è che crea scompiglio, porta al cambiamento, crea un dialogo motivante. Non posso parlare a nome di tutti i giurati, ma per quanto mi riguarda mi sento di ringraziare tutti coloro che hanno inviato i loro lavori a questo festival.

Vi ringrazio tutti, dal primo all’ultimo, ovunque voi siate: grazie di cuore per aver messo nelle nostre mani un lavoro in cui avete creduto. Che ci siate piaciuti o meno, avete fatto nascere delle riflessioni preziose che in qualche modo resteranno sempre con noi.


©Alessia Bottone, vincitrice di Art Container con “La Napoli di mio padre, ai Nastri d’Argento 2021

E ora, dopo il cappello introduttivo più lungo della storia (perdonatemi, era necessario!), veniamo all’ #AFFACCIATI di oggi. Come dicevo prima, abbiamo discusso molto dei film in concorso insieme ai miei cinque colleghi giurati. Abbiamo dimostrato ampiamente di avere opinioni divergenti, ma su una cosa ci siamo trovati tutti – quasi – immediatamente d’accordo: “La Napoli di mio Padre” della regista e giornalista veronese Alessia Bottone meritava di vincere la prima edizione di Art Container.

Ho avuto il grande onore di chiacchierare virtualmente con Alessia, in questi giorni travolta dai festival e dai premi che sta ricevendo per il suo meraviglioso docufilm.

Senza tediarvi oltre, dunque, vi lascio ad un breve transcript della mia intervista ad Alessia Bottone. In fondo alla pagina, se volete, trovate il video integrale (disponibile anche sui nostri profili Facebook e Instagram).


[Martina]:
Innanzitutto, complimenti per il premio vinto alla prima edizione di Art Container e per il grande successo di questo corto – per il quale hai anche vinto una menzione ai prestigiosi Nastri D’argento. Il tuo cortometraggio combina in modo molto originale molte arti, ed è per questo che sembra essere perfetto per un festival che, come Art Container, le celebra e riunisce tutte. In che modo avete lavorato per creare un connubio così originale ed equilibrato tra cinema, materiale d’archivio, musica e racconto?

[Alessia]:
È stato un percorso abbastanza particolare, iniziato nel 2018 con il premio Zavattini. Ho seguito una serie di workshop con Alina Marazzi, che per me è una grande ispirazione, ed è stato proprio lo Zavattini a darmi un’idea di come sarebbe stato realizzare un cortometraggio/documentario con il materiale d’archivio. Successivamente ho portato la bozza di questo progetto con me a Verona – la mia città natale –, e da lì ho cominciato a lavorarci con un team dislocato in più città. Abbiamo cominciato a fare ricerca d’archivio insieme alla montatrice (Martina Dalla Mura) e al musicista Luca Balboni, provvedendo alla creazione di uno storyboard e, parallelamente, alla stesura di una sceneggiatura. Ti dirò, ci sono voluti quasi due anni per reperire tutto il materiale, ma siamo riusciti da subito a creare una sinergia e a gettare delle basi promettenti per questo progetto. E devo ammettere che sono rimasta affezionata al materiale d’archivio, tanto che penso che ne farò uso anche per il mio prossimo lavoro.

[Martina]:
Tutti noi membri della giuria di Art Container siamo rimasti molto colpiti dal vostro lavoro. Come ci si sente ad essere giudicati da un gruppo di studenti universitari cinefili e appassionati di cultura a 360°? Quanto è importante secondo te che siano proprio i giovani a giocare un ruolo così importante?

[Alessia]:
Non vedo una differenza tra l’essere giudicata da uno studente piuttosto che da qualcuno che ha maggiore esperienza, perché alla fine si tratta di pubblico. E un film deve piacere al pubblico, allo spettatore. Io stessa sono una spettatrice, mangio film quotidianamente. A dirti la verità mi hai messa un po’ in soggezione quando hai usato la parola “giudicata”, perché ti assicuro che una delle più grandi paure degli artisti è quella di sottomettere la propria opera: mettiamo il cuore nelle nostre opere e abbiamo sempre un po’ di paura che non vengano comprese appieno.

[Martina]:
Alessia Bottone, dice la critica, è «giornalista, sceneggiatrice e regista», ma La Napoli di mio padre mette in luce prima di tutto il tuo ruolo di figlia. Com’è nata l’idea di un progetto così intimo, famigliare? Cosa ti hanno lasciato il processo creativo e produttivo di questo corto dal punto di vista personale?

[Alessia]:
Quest’idea è nata nel 2015, quando sono andata a Napoli con mio padre e mio fratello. Una volta scesi alla stazione, per la prima volta [mio padre] ha deciso di percorrere la città interamente a piedi e di andare a rivedere i luoghi in cui aveva trascorso l’infanzia. E da lì, guardando mio padre e mio fratello passeggiare e chiacchierare, mi sono immaginata un dialogo tra un figlio che non conosce la città e un padre che proviene proprio da quella città, anche se entrambi vivono al nord. Volevo che padre e figlio si raccontassero per la prima volta, facendo emergere le loro diverse origini e differenti modi di vivere e pensare. Per me è stato molto emozionante perché tutto quello che si vede nel film è vero. Da piccola osservavo mio padre mentre guardava fuori dalla finestra e mi interrogavo su cosa fosse così intento ad osservare. Negli anni ho capito che mio padre era un sognatore, un uomo malinconico, attaccato ai ricordi, al tempo che vola via, inarrestabile. E riuscire a mettere tutto questo in un film, in un certo senso, dà come l’impressione che quella felicità fugace sia stata catturata.

[Martina]:
La voce narrante è proprio quella di tuo padre. Come ha reagito quando gli hai proposto di prendere parte a questo tuo progetto?

[Alessia]:
Quando gli ho detto che avevo scritto una storia basata sulla sua vita e gli sarebbe toccato fare la voce narrante, l’unica cosa che ha detto è stata: “che fantasia”. E, inizialmente, non ha aggiunto altro, quindi mi chiedevo: “ma sarà contento o no?!”. All’inizio eravamo in dubbio, avevamo un po’ di paura. In realtà, poi, lavorando insieme ci siamo divertiti tantissimo. È stato un lavoro allucinante, l’ho davvero consumato…ma siamo davvero felicissimi. Il mio obbiettivo era quello di farlo piangere dalla commozione, e quando ha visto il film la prima volta si è effettivamente emozionato. È stato un grande onore, ho realizzato un suo sogno.

[Martina]:
Quale criterio avete adottato per la selezione del materiale di archivio? Quali sono le fasi creative, i tempi e i processi produttivi necessari per confezionare un prodotto come il vostro?

[Alessia]:
Io lo definirei “il criterio follia”, perché ad un certo punto abbiamo cominciato a visionare tutto. Avevo preparato una sceneggiatura di base e sapevo di dover essere flessibile perché lavorare con il materiale d’archivio è molto complicato: le scene che vorresti sono state già girate, non puoi andare a girarle esattamente come vuoi tu. Considera che solo online ci sono più di 7000 video dell’Istituto Luce, senza contare tutto il resto. Il materiale c’era, ma il problema era trovarlo. E per trovare quello che vuoi devi visionare ore su ore di documentari, magari per trovare un dettaglio brevissimo, un’emozione. Insomma, è stato un lavoro davvero incredibile. Mi hanno aiutata la catalogazione e la volontà di cercare anche laddove non avrei mai immaginato di trovare qualcosa.

[Martina]:
La Napoli di mio padre evidenzia la travagliata condizione dei migranti creando un legame a doppio filo tra il passato e il presente. Da dove è nata l’idea di creare questo parallelismo? Quale reazione ti aspettavi dagli spettatori?

[Alessia]:
È una questione che mi è sempre stata molto cara. Sono laureata in Istituzioni politiche per la pace dei diritti umani e mi sono sempre dedicata al tema dei profughi e dei rifugiati. A questa causa ho dedicato la mia tesi di laurea, ma ho lavorato anche in un centro di accoglienza in Svizzera. Mentre cercavo il materiale sono rimasta molto colpita da alcune citazioni fatte dai nostri italiani degli anni ’60, citazioni che richiamavano fortemente quanto talvolta sentiamo dire per strada o al telegiornale riguardo questi “nuovi profughi”, senza pensare però che si tratta dello stesso tipo di persone. In realtà, il film non è focalizzato sulla migrazione, bensì sulla questione del pregiudizio. Però, se mio padre non può essere considerato un migrante perché lui stava viaggiando quando ha deciso di fermarsi a Verona e costruire una famiglia, il migrante degli anni ’60 con la sua valigia di cartone viveva gli stessi pregiudizi che vive oggi il migrante. Mi sentivo quindi assolutamente in dovere di fare un parallelismo per dire: “non dimentichiamo”. Proprio perché lo abbiamo vissuto, penso che sarebbe ora di smettere di avere questo tipo di pregiudizio. Alla fine è la stessa cosa, siamo tutti esseri umani.

Ecco qui l’intervista completa! (la trovate anche sulla nostra pagina facebook)

Seguiteci nei prossimi giorni per altre interviste e contenuti ai vincitori delle menzioni speciali di Art Container 2021! 🎬

#staytuned
-M.

Vuoi saperne di più sulle nostre collaborazioni? Dai un’occhiata qui sotto 👇🏻 📣

Polenta di storie – Capitolo 6: Riccardo Schweizer

Riccardo Schweizer, originario di Mezzana, viene descritto da Abram come “l’artista che ha aperto il Trentino al mondo”. Da Venezia alla Costa Azzurra, le sue opere sono esposte in tutto il mondo, ma è da Mezzano che nasce la magia 🍷

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