Il 24 aprile il MAG, Magazzeno Art Gaze, apre i battenti della nuova sede bolognese in Via Testoni 5, con l’inaugurazione della mostra collettiva di Giulio Alvigini e Luca Rossi, dal titolo “Padiglione Itaglia”

Il nostro è un Padiglione Italia storpiato, made in china: come quando ordini un prodotto su internet e ti arriva a casa qualcosa di difforme

Giulio Alvigini

Gli artisti

Giulio Alvigini, citando testualmente la bio del suo sito, “nasce a Tortona nel 1995 e dice di fare l’artista. È ossessionato dal sistema dell’arte e passa gran parte del suo tempo facendo meme sull’arte contemporanea che poi pubblica sulla pagina IG @makeitalianartgreatagain.”

Luca Rossi, rappresenta un collettivo (composto da Enrico Morsiani, Ines Vela e da altri componenti, anonimi anche per il collettivo stesso), attivo dal 2009. Gli artisti si celano volutamente dietro il nome più comune in Italia, e che di conseguenza può essere chiunque. Come il collega sopracitato, il collettivo si concentra su una riflessione critica verso il mercato dell’arte. Viene analizzato l’impatto che ha sul mondo espositivo, la cui programmazione risente di scelte imposte da grandi attori internazionali e dalla loro egemonia. 

La mostra

Considerando le premesse rispetto ai due protagonisti della mostra, l’aria che si respira al MAG è carica di irriverenza. La piccola stanza in cui sono riuniti i lavori di Giulio Alvigini e Luca Rossi esprimono l’essenza delle loro principali ricerche, che riflettono su come la società fruisce e recepisce l’arte contemporanea. La stessa gallerista e curatrice, Alessandra Carini, afferma che la galleria vuole proprio accogliere progetti che vanno contro il sistema dell’arte e invitare ad una riflessione critica a riguardo.

Padiglione Itaglia è una mostra che si inserisce volutamente in un periodo di grande fermento per il panorama artistico. Tra Salone del mobile, miart e Biennale di Venezia, non si sa più dove guardare, siamo letteralmente sommersi dall’arte. Infatti, questo concetto di “horror vacui”, che caratterizza il nostro tempo, viene preso in causa nelle riflessioni portate dai due artisti e le loro opere si propongono come antitesi al meccanismo di questi grandi eventi.

Le opere

I pezzi selezionati di Luca Rossi sono opere impacchettate, che celano delle effettive opere d’arte realizzate dal collettivo e che mettono insieme le poetiche dei celebri artisti. I nomi di questi esponenti, vengono scritti su del nastro di carta, al di fuori dell’involucro che ricopre il lavoro, costituito o da carta da imballaggio o da lenzuoli bianchi. Vengono citati: Andy Warhol, Jeff Koons, Michelangelo Pistoletto, Mario Merz, Jackson Pollock, Lucio Fontana, Marcel Duchamp e tanti altri artisti che hanno caratterizzato l’arte del ‘900 e quella attuale con le loro innovazioni. Riconoscere questi nomi ci fa comprendere come ormai è il nome che fa l’opera, la curiosità che scatena il nome precede la fruizione stessa dell’arte in sé.

Luca Rossi, con i suoi “Hidden Works”, decide di coprire i suoi lavori per proteggerli dagli occhi bulimici del pubblico. Andare contro l’abitudine di ingoiare ogni informazione senza effettivamente recepire stimoli e dati significativi da ciò che si vede. Ora l’arte è a disposizione di tutti, è ovunque in rete. Le immagini delle mostre sono fruibili anche senza visitare effettivamente quel luogo, senza vivere con consapevolezza ciò che intende trasmettere l’opera d’arte, senza dare peso a ciò che si dovrebbe osservare.

Con quella copertura Luca Rossi vuole invitare lo spettatore a riflettere su come gestire le informazioni, decidere cosa pensare davanti ad un telo bianco che nasconde l’opera. Scegliere se la vuole vedere o se lasciarla così, celata, e immaginarsi cosa possa esserci sotto. Questa riflessione viene proposta anche ai collezionisti che comprano i pezzi e che possono decidere se rivelare l’opera o tenerla impacchettata. In entrambi i casi non perderebbe il suo valore di opera d’arte, è una sua scelta, e la stessa scelta diventa un’operazione artistica. La copertura mette in campo anche il concetto di attesa, ormai perso nella società odierna, recepiamo tutto immediatamente e non abbiamo più la pazienza di aspettare.

Giulio Alvigini, invece, trova un modo diverso per esprimere il suo dissenso. Usa un linguaggio delle nuove generazioni che coglie tutta la provocazione, il cinismo e il disincanto che ci caratterizza: il meme.

Non troviamo più drappi che celano e possono rivelare opere che comunque riprendono il passato, l’arte di chi è già affermato. Alvigini presenta i fatti schiettamente, senza nascondere nulla. Declama quelle frasi di circostanza che tutti almeno una volta abbiamo detto davanti ad un’opera d’arte contemporanea, altre che semplicemente esprimono l’essenza del sistema dell’arte. Non mancano i giochi di parole, affermazioni irriverenti e provocatorie che mettono alla prova il pudore del pubblico d’élite che solitamente frequenta gli ambienti dell’arte. Il medium del meme, prima divulgato via social quindi in uno spazio caratterizzato dalla visualizzazione rapida, viene poi riportato sulla tela e fermato nel tempo, dove ancora una volta torna il concetto di attesa. 

Un’altra operazione che caratterizza il lavoro di Alvigini è quello di creare giochi di società sull’arte contemporanea, ridicolizzando ancora una volta il sistema dell’arte e i suoi attori, noi amatori compresi. (Il giro del mondo dell’arte e Cards against contemporary art)

Giulio Alvigini, TUTTO GIÀ VISTO, vernice spray su tessuto, Pezzo unico, 200 x 300 cm, 2023 (fonte: Artribune)

Se volete il mio modestissimo parere…

la mostra è concentrata ma fa il suo dovere: scatenare un dibattito e delle riflessioni. La consiglio perchè servono sempre questi momenti, ma non aspettatevi l’innovazione del secolo. Vedrete tanto Manzoni e Christo, con un pizzico di Barbara Kruger e Lawrence Weiner. Vedrete una critica sul sistema dell’arte portata avanti da tutti gli artisti dal ‘900 in avanti e tanta polemica che da sempre caratterizza l’arte contemporanea. Ma d’altronde, l’arte è anche questo: appropriazione e rielaborazione del passato per esprimere ciò che si vive nel proprio tempo. Non bisogna stupirsi, quindi, se uscendo dalla mostra verrà fuori la frase che caratterizza una delle opere di Giulio Alvigini: “Tutto già visto”.


Trovate “Padiglione Itaglia” al MAG (Via testoni 5/E, Bologna), è ad ingresso gratuito e sarà visitabile fino a Giugno. Le aperture saranno garantite da martedì a sabato, dalle ore 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 19:00 (orario variabile), con aperitivi settimanali il venerdì.

Sveva

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