Lo scorso dicembre, Serena ci ha scritto esprimendo un desiderio: scrivere di un argomento che le sta a cuore talmente tanto da averla portata a sceglierlo per la tesi di laurea. Naturalmente, abbiamo accettato entusiastə: qui sotto le interessanti riflessioni di Serena su un argomento sfaccettato e attualissimo che, ora più che mai, ci riguarda tutti: gli eco-musei e i cosiddetti “eco-vandali”.

Grazie Serena, speriamo di ricevere presto altri interessanti #afroditecelo!


Vi siete mai fermati a riflettere su cosa sia veramente un museo?

Il museo trascende il tempo, muta, si adatta alle necessità dell’epoca in cui esiste. Nasce
nell’antica Grecia come luogo sacro alla conoscenza e alle Muse. Diventa tesoro religioso nel
Medioevo. Evolve nelle Wunderkammer tedesche e negli studioli italiani nel Rinascimento.
Giunge a collezione pubblica non prima dell’Ottocento. Eppure, nonostante i cambiamenti
radicali nella sua natura, due cose ci sono sempre state: il collezionismo e la conoscenza. È quel
luogo in cui passato, presente e futuro convivono, si intersecano e si espandono.


Non deve quindi sorprenderci se un nuovo museo stia ora emergendo in risposta alla chiara
richiesta delle comunità di avere un’istituzione più partecipe sul piano sociale. Il museo attivista,
come viene definito in letteratura, è una naturale evoluzione del museo conservatore-espositore:
al pubblico del nuovo millennio osservare artefatti belli non basta più, la storia deve fornirci gli
strumenti per affrontare le sfide presenti in vista di un futuro migliore ed il museo, in quanto
tempio” del sapere e della ricerca, deve rispondere ai dibattiti in corso.


Un museo attivista si impegna ad affrontare temi controversi, a creare uno spazio sicuro in cui
opinioni diverse possono incontrarsi in modo costruttivo. Badate bene, si parla di sicuro non di
neutrale. Perché quando si racconta una storia non si può essere neutrali, soprattutto se questa
storia parla di segregazione, abusi o discriminazioni. La neutralità è un’utopia. Ed è così che sono
nati musei che affrontano questioni spinose come decolonialismo, femminismo, diritti LGBTQ+ e
crimini contro l’umanità.


Ma allora, se il museo del 2023 deve rispondere alle preoccupazioni della società presente, perché
in questo elenco non compare l’emergenza climatica?


È vero, si parla di cambiamenti climatici in alcuni musei di storia naturale, ma esporre i fatti non è
più abbastanza
. Quello che è richiesto oggi è un coinvolgimento quasi politico del museo. La
scienza, con i suoi dati e le sue statistiche, da sola non è in grado di fare quel salto per raggiungere
i cuori e le coscienze delle persone. I musei e l’arte, invece, hanno proprio questo potere: tramite
metafore, immagini, stimoli e suoni riescono a tradurre il difficile e asettico gergo scientifico in
qualcosa di vivo, reale e, soprattutto, emozionale. Per portare le persone a cambiare bisogna farle
sentire parte del problema e al tempo stesso parte della soluzione, dar loro speranza e anche un
po’ di strizza.

Definire tutte le ragioni per cui i musei non si siano ancora mossi in quel senso è complicato. Sta di
fatto che questa immobilità non è più giustificata dalla società e sempre più visitatori stanno
prediligendo musei attivi e proattivi, criticando quelli fossilizzati in un passato “art for art’s sake”
che ormai non basta più.

E, forse, è anche per questa mancanza che molti gruppi attivisti stanno colpendo le sale museali,
per far cadere la facciata e porre il settore davanti alla cruda realtà: la posterità, per cui i musei si
sono sempre fatti carico di proteggere i loro patrimoni, è arrivata ed è alquanto insoddisfatta di
come ci si sia più preoccupati di proteggere delle tele che di salvaguardare il futuro del mondo
intero.

Attivisti di Ultima generazione imbrattano la Basilica di San Marco a Venezia (Foto presa dall'articolo https://www.today.it/citta/ultima-generazione-basilica-san-marco-venezia.html)

Li chiamano ecovandali ma è davvero così?

copyright foto: Venezia Today dic 2023

Li chiamano ecovandali ma è davvero così?

30 Maggio 2022, un uomo lancia una torta contro il vetro protettivo della Gioconda al Louvre, Parigi. 

8 Dicembre 2023, gli attivisti di Ultima Generazione spruzzano fango e cacao sulla Basilica di S. Marco, Venezia.

Questi eventi vi suonano nuovi? 

Sono solo la prima e l’ultima delle azioni degli attivisti climatici contro un bene culturale.
Beh ultima sicuramente no, diciamo la più recente (l’articolo è stato scritto nel dicembre 2023, ndr).
Diciotto mesi di proteste, lotte e campagne durante cui è emerso un nuovo fenomeno sociale per la difesa del pianeta contro l’indifferenza della “vecchia guardia”: l’ultima generazione ha alzato la testa. 

Ottobre 2022. Le testate giornalistiche e le pagine social di tutto il mondo riportano con sgomento un’apparente follia: Phoebe Plummer ha lanciato della zuppa contro I Girasoli di Van Gogh nella National Gallery di Londra. A chi verrebbe mai in mente di danneggiare un’opera unica ed inestimabile? Eppure, per lei e per i suoi compagni l’arte non ha senso su un pianeta morto (“no art on a dead planet”), così come non si può valutare di più un dipinto, per quanto magnifico, del futuro stesso della Terra (“what is worth more, art or life?”).

Prima e soprattutto dopo di lei ne sono venuti molti altri. 114 per la precisione. Chi si incolla le mani ai muri, chi lancia vernice, chi butta carbone vegetale nelle fontane. Chi addirittura occupa l’intero museo S. Guggenheim di New York. 

I nuovi “eco-vandali”, come hanno provato ad appellarli, sono tutto fuorché pazzi fanatici. Anzi, il loro modus operandi ha radici storiche profonde. 

Attaccare opere d’arte per ottenere copertura mediatica ed essere finalmente presi seriamente? Ci erano già arrivate le Suffragette negli anni ’10 del 1900. Loro però le opere le avevano distrutte veramente. 

Chiedere ai musei di essere responsabili e proattivi nella lotta climatica in quanto luoghi di conoscenza e ricerca? Art Not Oil si occupa proprio di questo dal 2004 per liberare i musei britannici dall’ingombrante presenza di Big Oil.

Una rete internazionale guidata da giovani pronti a tutto pur di difendere il proprio futuro dalla sete di denaro del presente? L’efficacia di “l’unione fa la forza” è evidente sin dalle prime marce per il clima nel 2014 e dal network Fridays For Future fondato da Greta Thunberg nel 2018. 

Ma allora cos’ha di nuovo questo movimento? La scala d’azione e l’inestinguibile entusiasmo. Che sia giusto o sbagliato, il loro approccio potrebbe essere definito un “whatever it takes” dell’attivismo, pronto a mettere l’umanità con le spalle al muro e obbligarla a riconoscere il problema. Di fatto, da quando le loro azioni hanno iniziato a coinvolgere arte e monumenti, si parla molto di più di cambiamento climatico e della necessità di misure concrete per contrastarlo. Ciascuno dei più di 20 network lotta per obiettivi specifici nel suo territorio, ma tutti credono in un’unica convinzione: se le cose non cambiano al più presto, non ci sarà futuro su questo pianeta.

Serena Andreucci

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