Nel cuore di una Tokyo deserta e inquietante, il confine tra gioco e sopravvivenza si dissolve. Alice in Borderland, la serie giapponese targata Netflix ispirata al manga di Haro Aso, trascina lo spettatore in un universo distorto dove l’ingegno, la paura e il desiderio di vivere diventano le uniche armi per restare in vita.
Arisu, ragazzo confuso dalla vita, viene catapultato, assieme ai suoi due amici Karube e Chōta, in una realtà parallela, violenta e surreale, in cui dovranno prendere parte a dei game per sopravvivere.

La serie tv si sviluppa in tre stagioni, l’ultima uscita il 25 settembre 2025 e in questo articolo, tra una divagazione e l’altra, Francesca (F) e Maria Chiara (MC) vi faranno fare un viaggio nel borderland: siete pront* a saltare con noi?

Trailer ufficiale della serie, Netflix (29 ottobre 2020)

Il genere death game 

(F) Alice in Borderland è solo uno degli esponenti di uno dei miei generi di nicchia preferiti, il death game o survival thriller. Nelle opere di narrativa appartenenti a questa categoria, un gruppo di persone si trova intrappolato in una serie di giochi in cui la punizione per la sconfitta o il ritiro è la morte, o in giochi in cui i partecipanti devono uccidersi a vicenda. Solitamente si svolgono in un ambiente circoscritto, come un’isola o un edificio chiuso, ed è presente un game master, figura misteriosa che muove le pedine dei giochi.

Già nel Novecento vi sono vari esempi di opere che presentano le caratteristiche principali di questo genere, di cui la prima è probabilmente il racconto The Most Dangerous Game di Richard Cornell, pubblicato nel 1924. In questa storia, dopo essere caduto dal suo yacht, il cacciatore americano Rainsford si ritrova su un’isola solo apparentemente deserta, il cui proprietario Zaroff costringe i naufraghi che capitano sulla sua isola a partecipare a un gioco: Zaroff dà loro la caccia per tre giorni, e solo chi sopravvive per questo lasso di tempo verrà liberato, mentre gli altri moriranno sull’isola.

L’opera più influente del death game contemporaneo è però da molti considerata il romanzo Battle Royale di Koushun Takami (1999), da cui l’anno successivo sono stati tratti un manga e un film di grande successo. Questa storia è ambientata in una versione futura e totalitaria del Giappone, in cui ogni anno degli studenti delle scuole medie sono selezionati per partecipare a un crudele programma organizzato dallo Stato: i ragazzini sono portati su un’isola, dove devono uccidersi a vicenda con oggetti e armi ricevute dagli organizzatori, finché non rimane un solo vincitore… vi ricorda qualcosa?

Battle Royale ha ispirato moltissimi titoli successivi, soprattutto in Giappone, dove sono stati prodotti innumerevoli film, anime, manga e videogiochi con queste premesse. Tuttavia, vi sono anche stati casi in cui opere del genere death games si sono imposte all’attenzione del pubblico internazionale, come il celebre franchise Hunger Games di Suzanne Collins iniziato nel 2012, o più recentemente Squid Game nel 2021. Alcuni titoli usano i game come mezzo per portare all’estremo, e conseguentemente criticare, importanti questioni sociali, come la violenza statale e l’autoritarismo in Battle Royale e Hunger Games, o la disumanizzazione e la violenza nei confronti delle fasce deboli della società in Squid Game. In altre opere invece, tra cui proprio Alice in Borderland, i game si svolgono in una realtà separata, e pur riproducendo alcuni meccanismi sociali, lo sguardo si concentra più sull’aspetto psicologico, su come gli individui reagiscono se devono prendere decisioni e interagire con altri in situazioni di vita o di morte.

Nomi dei personaggi

(F) Fin dal suo titolo, questa serie richiama il fantasioso universo creato da Lewis Carroll. Dalla regina di cuori al cappellaio matto, i riferimenti ad Alice nel Paese delle Meraviglie sono molteplici. Sapevate che anche i nomi di molti personaggi richiamano il loro ruolo nella storia? Vediamone insieme alcuni:

Arisu Ryōhei: Il nome del nostro protagonista corrisponde alla pronuncia giapponese di Alice. Come lei, Arisu si ritrova catapultato in un mondo alternativo.

Usagi Yuzuha: Il nome di Usagi significa “coniglio”, un chiaro riferimento al Bianconiglio che conduce Alice nel Paese delle Meraviglie, proprio come Usagi guida e aiuta Arisu nei suoi primi game. Tuttavia, il suo nome non è scritto con l’ideogramma di coniglio (兎), ma con tre ideogrammi che insieme danno la pronuncia “usagi”: 宇佐木, “u” di “tetto/cielo”, “sa” di “aiutare” e “gi” di “albero”.

Chishiya Shuntarou: Il nome di questo intrigante personaggio richiama la pronuncia giapponese del Cheshire Cat, lo Stregatto. Nelle varie traduzioni giapponesi del romanzo di Carroll e dei film che ne sono stati tratti, “Cheshire” è stato traslitterato come “Chesha”, “Chisha” o “Cheshaa”.

Banda Sunato: L’antagonista principale della terza stagione prende il suo nome dal Bandersnatch* (pronunciato in giapponese Bandaasunacchi), creatura mostruosa che compare prima nella poesia non-sense “Jabberwocky”, contenuta nel romanzo Alice attraverso lo specchio, e poi in un altro poemetto non-sense di Carroll, “La caccia allo Snark”.

*(MC) Piccola nota: Bandersnatch (2018) è anche il titolo del film interattivo della nota serie distopica Black Mirror. Anche in questo caso il titolo del film si ispira alla creatura carrolliana.

Bandersnatch, illustrazione di Peter Newell

Un personaggio curioso: The Watchman, l’uomo con la bombetta

(attenzione: spoiler stagione 3)

(MC) C’è un personaggio che in questa analisi merita una piccola menzione, breve forse quanto il suo tempo di apparizione sullo schermo. Lo vediamo nell’ultimo episodio della terza stagione e la sua identità rimane perlopiù nascosta. Chi è quest’uomo con la bombetta che parla di vita, morte e di carte? Fin da subito siamo portati a pensare si tratti del “famoso” Joker, la carta truffaldina nei mazzi di carte, la cui identità dovrebbe essere svelata proprio all’interno della terza stagione (e anche alla fine di questo articolo, se avete voglia di continuare a leggere). E invece no: l’uomo con la bombetta altro non è che un traghettatore di anime dal mondo della vita a quello della morte. Insomma, una sorta di Caronte o, come viene definito nella mitologia greca, uno psicopompo (lascio qui la voce di Wikipedia per approfondire). 

Non ha un nome, lo chiamano il Watchman.
Perché questo è il suo compito: stare lì e guardare.

Onestamente, quando ho visto quest’uomo con la bombetta, non ho potuto fare a meno di pensare a un preciso uomo con la bombetta. Chi ha familiarità con l’arte del Novecento sa già di chi sto parlando. Mele, pipe, nuvole: René Magritte è stato uno dei più grandi esponenti del surrealismo e dell’illusionismo onirico. Una parola chiave per questa brevissima analisi: illusione.

Con la propria arte, Magritte ci insegna che ciò che ci sta davanti non è sempre ciò che sembra: la raffigurazione di una pipa non è una pipa reale, ma solo la sua rappresentazione. Qual è, dunque, la verità di ciò che vediamo?
Il surrealismo ci spinge a dubitare della realtà e della percezione che abbiamo di essa. L’incertezza ci fa percepire tutto in modo enigmatico. E cosa c’è di più enigmatico della morte stessa, o meglio, della comprensione che ne abbiamo? In questo senso, il collegamento tra il Watchman e l’arte di Magritte appare naturale: entrambi ci invitano a interrogare la realtà e a riflettere sulle grandi domande dell’esistenza. In più lo fa in un’ambientazione del tutto surreale, in mezzo a una tempesta pronta a trasportare Arisu e Usagi nel mondo dei morti. Ambientazione che, tra l’altro, mi ha richiamato alla mente il dipinto Il mare di ghiaccio di un altro artista: Caspar David Friedrich. 

Dubito che i produttori della serie volessero creare proprio questo richiamo e spero di non aver scomodato il grande maestro Magritte per una lettura naïve e insensata di questo personaggio, ma è stato più forte di me: mi è bastata unabombetta.

Per chi non vuole ancora lasciare il Borderland…

(F) Se la conclusione della terza stagione vi ha lasciati con la voglia di continuare a esplorare questo universo, non preoccupatevi, c’è ancora molto da scoprire! Oltre alla serie Netflix e al manga originale vi sono infatti adattamenti e spin-off realizzati per vari media, tutti con storie, personaggi e game diversi.

·  Alice in Borderland: il manga originale, pubblicato dal 2010 al 2016, da cui sono state tratte le prime due stagioni della serie tv. Tuttavia, anche se i principali avvenimenti sono gli stessi, vi sono anche varie differenze con la serie Netflix, per esempio nei game e nei rapporti tra i personaggi.

·  Alice in Borderland RETRY: sequel diretto del manga originale, uscito tra il 2020 e il 2021. La terza stagione della serie Netflix è in parte ispirata a questo manga, ma a parte un inizio simile, la storia e i game si sviluppano in modo molto diverso nei due media.

·  Alice on Border Road: manga spin-off pubblicato tra il 2015 e il 2018. Questa storia segue un cast diverso rispetto alla serie tv e agli altri manga: parla infatti di 12 giocatori che dopo un incidente si risvegliano in una Kyoto apocalittica, e in un unico, lungo game devono cercare di tornare a Tokyo per sopravvivere. La protagonista si chiama anche lei Arisu, ma scritto con caratteri diversi rispetto al personaggio principale della serie tv.

·  Alice in Borderland (OVA): anime di soli tre episodi, uscito come contenuto bonus di alcuni volumi del manga originale tra il 2015 e il 2016. Essendo stato concepito, come molti anime, solo come “intro” per spingere gli spettatori a continuare a leggere il manga, copre solo una piccola parte della trama di quest’ultimo.

Ma quindi…

… la serie, ci è piaciuta o no? Probabilmente dopo un’analisi così vi aspettate una risposta a questa domanda. D’altronde questo è quello che dovrebbe venire fuori in un blog. Giusto?

(MC) Lo dico: a me la serie è decisamente piaciuta. La drammaticità nel racconto, la tensione dei game (in cui io palesemente non sarei sopravvissuta a meno che non mi fossi affidata ad Arisu) e le differenze narrative con uno stile più “occidentale” mi hanno fatto apprezzare molto la storia. Certo, molto spesso mi sono chiesta perché i personaggi si comportassero in un determinato modo, magari egoistico o semplicemente stupido. Poi però mi sono accorta che la domanda da farsi non era “perché si comportano così?” ma piuttosto “io cosa farei [pur di sopravvivere]?”. Ho deciso di sospendere il giudizio sulla logicità o meno di quello che veniva raccontato per concentrarmi maggiormente su quello che la storia mi stava lasciando.

Forse questo non è lo spazio giusto per condividere tutte le riflessioni che ho fatto sul tema della morte o della vita dopo la morte, ma tra tutti i pensieri che mi frullano in testa ce n’è uno che voglio lasciare qui, nero su bianco.

(Segue un piccolo spoiler)

Nell’ultima stagione della serie anche gli spettatori sono chiamati a partecipare a una sottospecie di “gioco” che consiste nel capire chi è il Joker. Quando entra in scena il Watchman si capisce (e viene chiaramente detto) che il Joker non è una persona, bensì una carta. Una normalissima carta. 

Come ricorda il Watchman: “Un mazzo di carte ha quattro semi, con carte numerate dall’1 al 13. Se sommi tutti quei numeri, ottieni 364. Aggiungi il Joker, e diventano 365… proprio come i giorni di un anno nel mondo degli esseri umani”. Mettiamo da parte la logica traballante del discorso. Quello che il Watchman dice è che il Joker quindi non è nient’altro che una carta in un mazzo, proprio come un giorno qualunque in un anno della nostra vita. Lascio a voi decidere quale potrebbe essere questo “giorno qualunque”. Certo, seguendo la logica della serie e facendo fede al suo alto tasso di drammaticità, potremmo dedurre che la risposta sia una sola. Non mi va però di concludere questo articolo con questa densa nota di pessimismo. Non mi va perché nel mazzo, oltre ai Joker, ci sono anche altre carte. Cuori, picche, quadri, fiori. E poi ci sono i numeri: due, sette, otto, cinque… Ogni giorno è un “giorno qualunque” e ogni giorno porta qualcosa con sé. Che siano difficoltà o emozioni pure, questi “giorni qualunque” vanno vissuti.

E voi avete già visto la terza stagione? Come ve la sareste cavata nei game al posto di Arisu? Fatecelo sapere nei commenti!

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