“La sera del 21 settembre 1945, sono morto.”

Così inizia Una tomba per le lucciole, pellicola tra le più commoventi prodotte dal celebre Studio Ghibli, scritta e diretta da Isao Takahata nel 1988.

Questo film, sempre attuale per i temi che affronta, è recentemente tornato nelle sale italiane per la seconda volta, in una nuova traduzione (e col titolo La tomba delle lucciole).

Come accade per quasi tutti i titoli dello Studio Ghibli, meno celebre è l’omonimo racconto semiautobiografico da cui è tratto il film, pubblicato da Akiyuki Nosaka nel 1967.

Photo credit: Studio Ghibli

La trama

Kobe, giugno 1945. Il Giappone è dilaniato dai bombardamenti americani, e tra la popolazione civile i razionamenti diventano sempre più pesanti. I fratelli Seita, quattordici anni, e Setsuko, quattro, lottano per sopravvivere dopo che il fuoco delle bombe ha strappato loro la casa e la madre.

Una lotta che fin dall’inizio sappiamo essere senza speranza: la storia comincia infatti con la morte di Seita e il suo ricongiungimento con la sorellina nell’aldilà. In un lungo flashback, seguiamo quindi gli ultimi mesi di vita dei due fratelli, in una maratona di dolore per arrivare a un tragico finale già scritto.

Dopo che le bombe incendiare distruggono il loro quartiere, Seita e Setsuko, separati dalla madre, si dirigono in una scuola rimasta in piedi, dove si sono rifugiati molti superstiti del bombardamento. Qui Seita ritrova la madre, che però muore poco dopo davanti ai suoi occhi per le gravi ustioni subite. Il ragazzo, non volendo intristire la sorellina, le mente dicendo che la madre è stata trasferita in ospedale.

I due, rimasti soli dato che il padre è impegnato nella marina militare, sono costretti ad andare a vivere da una zia in una città vicina. La donna presto diventa apertamente ostile nei confronti dei nipoti, vendendo gli averi della loro madre e rimproverando loro di mangiare troppo e di non contribuire allo sforzo bellico. I fratelli devono quindi trasferirsi nuovamente, ma rimasti senza parenti disposti ad ospitarli, vanno a vivere in dei tunnel nelle vicinanze di un lago.

In quello che inizialmente sembra un ambiente idilliaco, si svolge l’atto finale del calvario di Setsuko e Seita, e possiamo solo assistere impotenti mentre i due vengono consumati dalla fame.

Il film

Anche se per fortuna questo pregiudizio è sempre meno diffuso, questo film è l’ennesima conferma che l’animazione è una tecnica cinematografica, e non un genere a sé stante. Tecnica con cui si può parlare di qualsiasi argomento, anche di quelli più difficili come la guerra.

E Una tomba per le lucciole certamente parla di guerra, ma non solo.

La “tragedia nella tragedia” che vivono i due fratelli è infatti sì causata in origine dalla guerra, ma più direttamente dal fallimento della società nel proteggere i suoi membri più deboli, come i bambini. La sofferenza di Seita e Setsuko continua infatti senza cambiamenti anche dopo la resa incondizionata del Paese, che diventa quasi un avvenimento di sottofondo. La loro morte avviene in un Paese in pace, ma indifferente, impersonato dagli addetti della stazione che trovando il cadavere di Seita esclamano senza emozione, “eccone un altro”.

Questo però non significa che il film non sia critico nei confronti della guerra: vi sono varie scene sottilmente ironiche in cui personaggi inneggiano all’impero giapponese mentre il cibo viene razionato sempre più e le condizioni di vita dei civili peggiorano continuamente. 

Dal punto di vista grafico, il film segue la classica estetica dello Studio Ghibli, con contorni e tratti molto delicati, dati anche da un uso peculiare dei colori: infatti i contorni delle figure sono stati realizzati in marrone, colore che dà meno contrasto, invece che nel tradizionale nero. Tuttavia il film non si esime dal mostrare immagini dure, difficili da guardare: corpi ustionati o carbonizzati, o il corpo della piccola Setsuko, consumato dalle piaghe e dalla fame.

L’autore e le esperienze durante la guerra

L’autore Akiyuki Nosaka. Photo credit: www.independent.co.uk

La storia di Una tomba per le lucciole è fortemente ispirata alla vita dell’autore Akiyuki Nosaka, soprattutto alle sue esperienze durante la guerra. La madre di Nosaka morì di parto, e il padre lo diede in adozione agli zii materni. La coppia adottò poi una bambina nel 1941, che morì di malattia a pochi mesi di vita, e nel 1944 un’altra, Keiko, che ispirò il personaggio di Setsuko.

Nel bombardamento su Kobe del 5 giugno 1945 Nosaka perse il padre adottivo, e la madre rimase gravemente ferita. I due fratelli si trasferirono prima da una vedova in un villaggio vicino, e poi in un rifugio antibomba. Vi sono molti altri paralleli tra le esperienze di Nosaka e quelle di Seita: anche l’autore veniva considerato un codardo per la sua tendenza a scappare dai bombardamenti invece di aiutare le unità civili anti-incendi, e fu costretto a rubare cibo per sopravvivere.

Vi è per una fondamentale differenza tra realtà e finzione. Il rapporto tra Nosaka e la sorellina era infatti molto più complesso di quello rappresentato nella storia. L’autore raccontò che, prostrato dalla fame, era arrivato a considerare la sorellina come un peso, persino a picchiarla, e spesso rubava le sue porzioni di cibo, nonostante anche lei fosse ormai diventata pelle e ossa.

La storia di Seita svolge quindi un ruolo molteplice. Per noi lettori, Seita è al tempo stesso una vittima della società, e un “carnefice” che fallisce nel proteggere la sorella. Per l’autore invece, la morte di Seita costituisce un suicidio simbolico, un’espiazione dal senso di colpa di esser sopravvissuto alla sorella.

Il racconto

Il racconto da cui stato tratto il celebre film è stato pubblicato anche in Italia nel 2013, tradotto da Anna Specchio per Kappalab. Il libro contiene anche un altro racconto scritto da Nosaka nel 1967, Alghe americane, che tratta dei complicati sentimenti dei giapponesi verso gli americani una volta finite le ostilità belliche e la successiva occupazione.

Rispetto al film, il racconto di Nosaka è ancor più brutale nel descrivere gli effetti delle bombe, della fame e delle malattie sui corpi dei suoi personaggi. Anche le situazioni più tragiche sono scritte in modo crudelmente realistico, senza fronzoli. In una delle scene conclusive (che è stata tagliata dal film), Seita deve cremare da solo la sorellina, poiché in comune “devono ancora smaltire i cadaveri della settimana scorsa”. Durante questo funerale improvvisato, il ragazzo è tuttavia costretto ad allontanarsi, prostrato da un attacco di enterite, malattia di cui morirà pochi giorni dopo. Nonostante la distanza spaziale e temporale tra le due opere, per il suo realismo il racconto mi ha fatto ripensare al meraviglioso Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan.

Un tema comune nei romanzi giapponesi postbellici, soprattutto quelli che riguardano l’atomica, è l’impazzimento della natura. Anche in questo racconto viene dipinta non solo una società, ma anche una natura ribaltata: la pioggia è nera dopo i bombardamenti, le nuvole sono gialle e arancioni, come avessero preso fuoco anche loro, e il vento trasporta lamiere.

Conclusione

Photo credit: Studio Ghibli

Si dice spesso che nei confronti tra libri e film, i film ne escano sempre sconfitti. I film dello Studio Ghibli sono forse un’eccezione a questa regola, dato che in molti casi sono tratti da libri poco conosciuti, e ne tirano fuori tutto il potenziale facendoli conoscere e amare a un pubblico molto più vasto.

Per quanto riguarda Una tomba per le lucciole, il film è indubbiamente una pietra miliare del cinema d’animazione, e nella sua ora e mezza di durata permette di immergersi appieno nella storia di Seita e Setsuko; consapevoli fin dall’inizio che sarà una storia tragica, ma che è importante esserne testimoni fino alla fine.

Tuttavia, penso che valga la pena anche recuperare il meno celebre racconto, che in sole cinquanta pagine fornisce un ritratto spietato e toccante delle conseguenze della guerra, purtroppo ancora attuale.

Franci

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