Oltre la paura della sostituzione umana, il potenziale creativo dei robot si apre all’arte.
Il quarto principio della dinamica afferma che a ogni rivoluzione corrispondono due forze uguali e contrarie: attrazione e resistenza. Così, curiosità e rifiuto si intrecciano come due filamenti di una doppia elica, il DNA di questa nuova era. Nel passato si sognavano macchine volanti e automi straordinari; oggi il futuro della robotica appare più lineare, ma resta sospeso, in attesa di trasformare in realtà ciò che ancora immaginiamo. La quarta rivoluzione industriale assume forme inattese, ma il suo potenziale rimane enorme.
Già nel XV secolo Leonardo da Vinci progettava il primo robot: un cavaliere meccanico capace di alzarsi e muovere braccia, testa e mascella. Era la prima volta in cui le fantasie dei Greci antichi, dei popoli della Mesopotamia e delle civiltà del Nord trovavano un corrispettivo concreto. Quelle stesse leggende, che narravano di denti di drago trasformati in soldati, di re innamorati di statue viventi o di divinità in grado di schierare eserciti di servi meccanici, prendevano forma in ingranaggi e molle.

Un passo ulteriore arrivò nel XVIII secolo con Jacques de Vaucanson, inventore francese che realizzò il primo automa funzionante: un’anatra capace di suonare il flauto, mangiare e digerire. Esperimenti come questo, nati dall’intreccio tra immaginazione e ingegno, segnarono l’inizio di una robotica che, se all’inizio era gioco e intrattenimento, nel tempo avrebbe assunto un ruolo sempre più rilevante nella società.

Da lì in avanti la fantasia non poté che amplificarsi. Un secolo dopo, la letteratura e il cinema iniziarono a immaginare città dominate dalla macchina, in cui automi e robot diventavano metafore di potere, fascinazione e timore. Nel 1926 Thea von Harbou scrisse Metropolis, ambientato proprio nel 2026, l’anno che ci attende. L’anno seguente, Fritz Lang ne fece un film destinato a entrare nella storia del cinema espressionista tedesco. Al centro della vicenda c’era Maria, l’androide creato per destabilizzare e generare caos: incarnazione del duplice volto della tecnologia, capace di sedurre e ingannare, simbolo eterno della tensione tra artificiale e autentico.

Quasi in contemporanea nasceva anche il termine “robot”, coniato dallo scrittore ceco Karel Čapek insieme al fratello pittore Josef. Proveniva da robota, che in ceco significa “lavoro pesante, forzato”. Il robot era concepito come un operaio artificiale, chiamato a svolgere compiti necessari ma alienanti. Non sorprende, quindi, che proprio l’alienazione sia diventata una delle grandi ossessioni artistiche e sociali del Novecento: la paura che la macchina potesse ridurre l’uomo a ingranaggio.
Eppure ciò che un tempo appariva minaccia può diventare occasione di liberazione, se guidato con consapevolezza. La vera domanda non è più “se” accettare la macchina, ma “come” orientarne l’uso. È su questo crinale che si apre un terreno nuovo: i robot smettono di essere soltanto nemici del lavoro o della creatività e diventano strumenti e protagonisti dell’arte. Non più semplici operai artificiali, ma compagni di ricerca, soggetti della rappresentazione, catalizzatori di nuove forme espressive.
Il robot in scena
Un enorme braccio robotico, dotato di una spatola, si muove senza tregua nel tentativo di contenere una pozza di liquido rosso, denso come sangue. I suoi gesti sono rapidi, quasi aggressivi, ma assumono presto la forma di una danza ipnotica e infinita: il fluido scivola verso l’esterno e la macchina, instancabile, lo ricaccia al centro. Questo liquido simboleggia ciò che sfugge al controllo umano, che siano il tempo, il destino o le emozioni, elementi imprevedibili e incessantemente mutevoli. Pur essendo una macchina, il braccio robotico trasmette un’impressione sorprendente di fatica e vulnerabilità, evocando la condizione umana stessa.
Can’t Help Myself è stata la prima opera robotica commissionata dal Guggenheim di New York per la collezione permanente e faceva parte della mostra Tales of Our Time, dedicata agli artisti cinesi Sun Yuan e Peng Yu. Gli autori osservano come il comportamento delle macchine possa insegnare agli esseri umani a comprenderle e guidarle consapevolmente: mutando continuamente, le macchine diventano strumenti per leggere e anticipare i cambiamenti culturali, offrendo nuovi modi di agire, pensare e percepire il presente e il futuro. L’opera, presentata per la prima volta al Guggenheim e successivamente esposta alla Biennale di Venezia nel 2019, esplorava già la relazione tra fatica, alienazione e macchina.

Sei anni dopo, A Robot’s Dream amplia questo discorso, spostando l’attenzione dal gesto meccanico ossessivo a un’esperienza immersiva e onirica. Nell’installazione di quest’anno alla Biennale di Architettura, il robot umanoide è sospeso tra pareti curve composte da tondini intrecciati con precisione robotica, che filtrano la percezione dei visitatori alternando apertura e chiusura visiva. Il robot fluttua come in uno stato di sonno, compiendo gesti delicati e antropomorfi che oscillano tra familiarità e straniamento. Attraverso segnali audio-visivi e fotografie circostanti, lo spettatore entra nelle “allucinazioni” della macchina, percependo ricordi, aspirazioni e tensioni legate al suo funzionamento in un mondo progettato dagli esseri umani.

Mentre Can’t Help Myself mostrava la macchina come simbolo di ripetitività e controllo, A Robot’s Dream trasforma il robot in soggetto artistico capace di evocare emozioni, riflessioni e meraviglia.
Maestri meccanici
Ai-Da rappresenta il passo successivo: il robot come artista autonomo, progettato per disegnare, dipingere e scolpire. Creato nel 2019 dal gallerista britannico Aidan Meller in collaborazione con Engineered Arts e specialisti dell’Università di Oxford, Ai-Da è dotata di telecamere nei suoi occhi, algoritmi di intelligenza artificiale e un braccio robotico che le permettono di osservare l’ambiente circostante e tradurre queste informazioni in opere d’arte.
Le sue opere spaziano dai ritratti astratti a interpretazioni di figure storiche, come il ritratto di Alan Turing, AI God. Portrait of Alan Turing, venduto per oltre 1 milione di dollari presso Sotheby’s nel 2024. Oltre a creare arte, Ai-Da partecipa attivamente a discussioni sul ruolo dell’intelligenza artificiale nella società: ha preso parte a eventi come l’AI for Good Global Summit presso le Nazioni Unite, dove ha presentato il ritratto del Re Carlo III, tenendo conferenze e partecipando a mostre per stimolare il pubblico a riflettere sul futuro dell’arte e della tecnologia.

ll futuro non è se i robot entreranno nell’arte, ma come sceglieremo di farli restare. In questo passaggio si gioca il rapporto tra tecnologia e creatività, e da qui dipenderà il modo in cui guarderemo alle opere di domani.
-Anna
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