Chiudete gli occhi. Immaginate un’arena piena di persone, pronte ad ascoltare un concerto tranquillo, dove non si balla in modo scatenato, ma si rimane seduti e composti. Ora immaginate che queste centinaia di persone non siano vestite come ci si aspetta ad un concerto di musica classica, ma indossino invece tanti coloratissimi impermeabili: giallo, rosso, blu, azzurro, bianco… L’Arena di Verona esplode di colori mentre il cielo è di un grigio cupo, da lì a poco potrebbe piovere. Poi provate ad immaginare un’orchestra, un coro e infine un uomo in piedi sul palco, la sua mano che regge la bacchetta, la stessa mano che ha stretto le mani di tanti registi e artisti italiani e internazionali, la sua testa che contiene tutta la musica del mondo. Quell’uomo, che a novant’anni ancora sta saldamente ed elegantemente in piedi, assoluto padrone del palco, è Ennio Morricone ed è uno dei più grandi compositori dei nostri tempi.

Ci sono tante cose che rappresentano l’italianità nel mondo e credo che le musiche di Morricone siano tra queste.
Parliamo di un compositore eterogeneo e versatile, che ha regalato al mondo western degli anni ’60 una nuova chiave di lettura, che ha reso diversi film di Sergio Leone dei veri caposaldi del cinema western italiano e internazionale. Ma non solo. Parliamo di un uomo che ha saputo raccontare l’amore in tante diverse forme, attraverso melodie uniche, malinconiche o gioiose: in Nuovo Cinema Paradiso l’amore tra Salvatore ed Elena, ne La leggenda del pianista sull’oceano quello tra un uomo e il suo piccolo mondo a forma di nave. Morricone è stato in grado di attribuire un’identità completa ai personaggi di tanti film, di descrivere una scena, un frame, un sentimento, di permettere allo spettatore di riconoscere un film dalla sua colonna sonora, ancora prima che dalle sue immagini.
Era il 19 maggio 2019. Mentre le note emesse da decine di strumenti vibravano prepotentemente tra gli impermeabili variopinti del pubblico il tempo sembrava fermarsi, le distanze dilatarsi tra palco e platea. Quel 19 maggio era una delle date dell’ultimo tour italiano di Morricone, prima che agitasse nell’aria la sua bacchetta per l’ultima volta e chiudesse la sua straordinaria carriera il successivo giugno a Lucca. Ed io, fortunatamente, ero lì, sotto la pioggia con tanto di impermeabile colorato.
Le musiche composte e arrangiate da Morricone nel corso degli anni, dall’inizio della sua carriera, sono centinaia e quella sera di maggio le melodie che facevano vibrare le anime degli spettatori erano principalmente brani di musica cinematografica, come The Ecstasy of Gold, in tutta la sua solennità e bellezza, brano tratto dal film di Sergio Leone “Il buono, il brutto e il cattivo”.
Quella sera pioveva a dirotto e le scalinate dell’Arena erano scivolose, ma nessuno si era lasciato frenare da questo: gli spettatori erano tanti, giovani e meno giovani, ragazzi e anziani. Diverse generazioni con il desiderio unico di farsi avvolgere da quelle note magiche, protagoniste di film che ti rimangono nel cuore, come Nuovo Cinema Paradiso, tratta dal capolavoro omonimo del regista Giuseppe Tornatore.
L’orchestra ha eseguito anche la colonna sonora di The Hateful Eight, sfondo sonoro al penultimo film di Quentin Tarantino, che ha portato Ennio Morricone alla vittoria di un premio Oscar nel 2016. Tra gli altri grandi autori del cinema che hanno lavorato con il Maestro possiamo trovare nomi come Brian De Palma e Roman Polanski, oltre alle collaborazioni con diversi artisti italiani tra cui Mina, in occasione dell’arrangiamento del celebre pezzo “Se telefonando”.
L’atmosfera sulle gradinate era magica: a parte il suono degli strumenti e le voci del coro, regnava un silenzio mistico. Guardavo la pioggia mentre rigava le guance delle persone attorno a me, fino a quando ho ascoltato l’attacco di Gabriel’s Oboe, il tema principale e pieno di emozione del film Mission. A quel punto sono certa di aver pensato che a rigare le guance non fosse più soltanto la pioggia.
– Beatrice
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