Connery e Proietti: l’immortalità dell’arte

Gli addii sono sempre un problema.
La poetessa americana Elizabeth Bishop in una sua celebre poesia sosteneva che “dell’arte di perdere si è facili maestri”. Più vado avanti, meno ne sono sicura. Perdere qualcuno ci fa sentire piccoli e vulnerabili e ci fa sentire la pressione del tempo che passa. La verità è che non vorremmo mai doverci separare da nessuno che ci è caro, anche se, paradossalmente, quel qualcuno non l’abbiamo mai conosciuto di persona. Per me – come per molti altri, ne sono sicura – questo è valso anche per Sean Connery e Gigi Proietti.

“Forse non sono un buon attore, ma qualsiasi altra cosa avessi fatto, sarei stato peggio.”

sean connery
Sean Connery nel 1983

Appartengo a una di quelle generazioni che, istintivamente, collega l’iconico Martini “agitato, non mescolato” di James Bond a Daniel Craig (Casino Royal, Quantum of Solace, Skyfall, Spectre). Eppure, da brava ed appassionata cinefila, se dovessi scegliere un solo James Bond tra i tanti, non esiterei a scegliere il fascino senza tempo di Sir Thomas Sean Connery.

90 anni compiuti lo scorso 25 agosto, Connery se n’è andato senza fare rumore, lasciandoci in eredità numerosi film e una carriera eclettica che lo ha visto attivo al cinema (Premio Oscar e Golden Globe al Miglior attore non protagonista 1988 per Gli Intoccabili di Brian de Palma), in TV, a teatro e in campo musicale.

Taciturno, ironico e gelosissimo della sua privacy, Connery passerà più alla storia per i ruoli che ci ha regalato che per la sua presenza sulla scena pubblica (anche ci strapperà per sempre un sorriso il suo fortissimo attaccamento alla Scozia) . La sua riservatezza, però, non gli ha impedito di entrare nel cuore di molti anche come persona:

“Connery è sempre Connery. Ovvero un attore che ogni volta riesce a illuderti di avere incontrato un essere umano” ha detto di lui il critico e sceneggiatore italiano Tullio Kezich.

Sono molti i personaggi da lui interpretati – oltre a James Bond – che potrei citarvi. Da Guglielmo da Baskerville (Il nome della Rosa, 1986) al Professor Henry Jones Sr (Indiana Jones e l’ultima crociata, 1989), giungendo fino a Robin Hood (Robin Hood – Principe dei ladri, 1991). Eppure – e qui sicuramente starò andando contro corrente – il personaggio a cui sono più affezionata sarà sempre “Barley” Blair, l’editore appassionato di jazz protagonista del film di spionaggio La Casa Russia (1990) di Fred Schepisi (basato sull’omonimo romanzo di John Le Carré).

SCOTLAND FOREVER!”, Sir. Grazie di tutto.

“La comicità è una questione complessa, non basta mettere in scena una cosetta simpatica per guadagnarsi gli applausi.”

Gigi proietti
Gigi Proietti, 2020

Se Connery è stata una perdita importante per tutti, la scomparsa di Gigi Proietti ha toccato gli italiani ancora più da vicino e in maniera più profonda. Non si tratta solo una faccenda di patriottismo.

Gigi – mi permetto di chiamarlo così perché, da italiana, non posso che sentirlo vicino – è sempre un po’ stato l’anima della festa. Come uno zio che, durante una tediosissima, logorante cena di famiglia ti versa il vino di nascosto e racconta barzellette con un sorriso bonario.

Attore, scrittore, musicista, speaker radiofonico, presentatore e – soprattutto- comico, è probabilmente la figura dell’artista poliedrico per eccellenza. Gigi, insomma, non si è mai risparmiato. Mai banale, mai volgare, è stato lui stesso ad affermare in più interviste che per ogni ruolo da lui interpretato (anche i più improbabili, come quelli dei suoi sketch pubblicitari) è la realtà ad avergli fornito le basi per la creazione di personaggi eccentrici ed emblematici.

Mandrake (Febbre da Cavallo, 1976), Il Maresciallo Rocca, Giulio Bonetti e la sua epocale Signora delle Camelie rivisitata (Un’estate al mare, 2008) e Mangiafuoco (Pinocchio, 2019) sono solo alcuni tra i personaggi che hanno arricchito la cultura, l’immaginario e l’identità degli italiani.

Di norma, per Gigi si piange solo dal ridere. Piangere di tristezza non gli si confà. Ci conviene allora ricordarlo per quello che era e complimentarci per il raggiungimento della sua missione: diffondere la risata.

Ciao, Gigi.

La signora delle camelie rivisitata, Un’estate al mare (2008)

“L’artista è il creatore di cose belle” scriveva Oscar Wilde nella prefazione de Il ritratto di Dorian Gray. Di cose belle, questi due Signori (no, la S maiuscola non è un errore di battitura) ne hanno create in quantità, e anche se fisicamente non sono più tra noi, la loro arte rimane una traccia indelebile nella storia dello spettacolo.
Spetta a noi, adesso, tramandarla e diffonderla, per fare in modo che non tramonti mai.

-M.

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