Buongiornissimo poetico #7

Buongiornissimo, poesia? ☕️


Elizabeth Bishop

Pare che si cominci a respirare aria natalizia.
Sono arrivati il freddo, la prima neve e, una dopo l’altra, tutte le case si stanno riempiendo di luci e decorazioni. La nevrosi per i regali da mettere sotto l’albero è in full-force e lo storico duello “pandoro vs panettone” si appresta a rendersi protagonista su tutti i social.
Insomma, sembra proprio che il Natale sia alle porte.
Ma voi riuscite a sentirlo lo spirito natalizio quest’anno?
Io, a dirvi il vero, neanche un po’.

Mi sento come se il Grinch fosse riuscito veramente nella sua impresa di rubare il Natale. Sarà l’impossibilità di festeggiare serenamente con tutti i miei cari o, forse, l’assenza di tutte quelle tradizioni che rendono questa festività tanto magica, fatto sta che sento addosso un forte senso di perdita, una paradossale nostalgia verso il futuro.

Ed è stato proprio mentre cercavo di prendere atto di questa sensazione così vigorosa e invadente che ho ripensato ad una poesia di Elizabeth Bishop che amo e che ha molto – moltissimo, anzi – da dire sulla complessa “arte di perdere”.

Prima di presentarvi il testo, vi avverto: come vi dicevo a proposito della poesia di Robert Frost di cui vi ho parlato la settimana scorsa, anche la traduzione della poesia della Bishop perde molta della sua musicalità originale . Quindi, nel tentativo di preservare il più possibile la tenerezza nascosta nella semantica dei versi, ho dovuto rinunciare – ahimé! – ad una traduzione più fedele alla metrica d’origine.

Un’arte

Dell’arte di perdere si è facili maestri;
così tante cose sembran colme dell’intento
d’esser perse, che la loro perdita non è un disastro.


Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento
delle chiavi di casa perse, dell’ora spesa male.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Poi prova a perdere di più, a perdere più in fretta:
luoghi, e nomi, e mete di viaggio che ti eri predestinato.
Nessuna di queste provocherà un disastro.

Ho perso l’orologio della mamma. E guarda! L’ultima –
o la penultima – di tre amate case se n’è andata.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.

Ho perso due città amate e
vasti reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è un disastro.

Nemmeno perdere te (il tono scherzoso, un gesto
 che amo) mi contraddirà. È evidente
dell’arte di perdere non si è difficili maestri
anche se potrebbe sembrare (scrivilo!) un disastro.

“The art of losing isn’t hard to master” (lett. L’arte di perdere non è difficile da padroneggiare), scrive nel suo più celebre incipit Elizabeth Bishop, poetessa americana del 20° secolo – premio Pulitzer alla poesia nel 1956 – che di perdita se ne intendeva anche troppo. Nel momento della pubblicazione di questo componimento autobiografico nella raccolta Geography III (1976), l’autrice, già sessantacinquenne, vantava un passato stracolmo di trasferimenti, scomparse dolorose e, addirittura, della perdita di sé nel vortice dell’alcolismo. La più celebre e, forse, una delle più strazianti perdite da lei vissute fu quella dell’amata Maria Carlota de Macedo Soares, architetta brasiliana con cui Bishop ebbe una lunga e tempestosa relazione. La loro storia d’amore è stata raccontata nel film Reaching for the Moon (2013), che vede una brillante interpretazione di Miranda Otto nei panni della poetessa.

Attraverso i suoi bellissimi versi, l’autrice ci ricorda che perdita e dolore sono parte integrante delle nostre vite e che tutto, in fin dei conti, ha una data di scadenza. Non è poi così difficile, dunque, apprendere e padroneggiare l’arte di perdere, e, forse, sarebbe bene tenere conto di questa caducità per imparare a godere delle cose mentre sono ancora nostre. Torna, anche qui, una declinazione del “carpe diem” tanto caro agli antichi.

Certo – penserete magari, – quanta tristezza in questa giornata già fortemente influenzata da un meteo avverso! Vi giuro, amici miei, che vengo in pace, e che non ho scelto questa villanelle (ebbene sì, la forma metrica si chiama proprio come la protagonista di Killing Eve) per incupirvi. Al contrario, proprio ora che intravediamo una luce alla fine del lungo e buio tunnel in cui brancoliamo da tutto l’anno, trovo che Un’arte sia il componimento giusto per fare i conti con quello che abbiamo dovuto passare.

Il 2020 è stato, innegabilmente, l’anno della perdita. Non solo perché, di fatto, ci sembra che ci abbiano rubato un anno intero di vita, ma anche perché non possiamo evitare di ricordare con tristezza tutto quello che abbiamo perso. Abbiamo assistito impotenti alla scomparsa di nostri cari, compaesani, personale medico. Abbiamo perso anche tempo, pazienza, esperienza e occasioni. La nostra vita è stata stravolta più e più volte, senza che avessimo mai voce in capitolo. I bimbi hanno perso il loro primo giorno di scuola, gli universitari l’occasione di laurearsi in presenza, alcuni giovani innamorati hanno detto i loro “sì, lo voglio” lontani dai loro cari. Addirittura, c’è chi per questa pazza pandemia ha perso tutto. Forse, la cosa più pericolosa di tutte, è che siamo arrivati a un soffio dal perdere la speranza.

Eppure, nonostante la tragedia, Elizabeth Bishop ci dice che non è poi così difficile imparare a perdere e che, nonostante l’apparenza, “non è un disastro”. È però importante, come si evince dagli ultimi due versi, riconoscere e piangere ciò che abbiamo perso, perché è proprio attraverso questo processo catartico che abbiamo l’occasione di superare la perdita e tornare a gioire di ciò che ci è rimasto, per attendere speranzosi quello che ci aspetta nel futuro.

Quindi, tutto sommato, la conclusione che ne traggo questa settimana è la seguente:

No, lo spirito natalizio quest’anno non lo sento affatto, ma attendo con ansia il momento in cui potrò tornare a festeggiare il Natale come vorrei, e so per certo che la lunga attesa e la consapevolezza di avere il privilegio di poterlo celebrare lo renderanno ancora più speciale.

E voi? Come vi sentite quest’anno? Pensieri e riflessioni sulla poesia della Bishop? Fatecelo sapere con un 👍 qui sotto, sui nostri social, con un commento o alla nostra mail.

A venerdì prossimo!
M.

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