Buongiornissimo poetico #8

Buongiornissimo, poesia? ☕️


Thomas Stearns Eliot, 1923

Per farmi perdonare l’assenza della scorsa settimana ho scavato dei meandri della mia mente da vero topo di biblioteca e ho ripescato un capolavoro assoluto della poesia inglese moderna, scritto da una colonna portante della letteratura mondiale, un Maestro che non ha di certo bisogno di introduzioni o salamelecchi: Thomas Stearns Eliot.
Premessa: com’è evidente dall’impaginazione, a causa dell’eccessiva lunghezza del componimento ho deciso di riportarvi solamente i miei passaggi preferiti (la cui selezione è stata drammatica: lacrime, singhiozzi, dubbi, … Insomma, una scena strappalacrime, davvero straziante). Tuttavia (!), nel caso voleste leggere il componimento per intero (scelta caldamente consigliata) potete cliccare qui per la versione in italiano e qui per la versione in inglese.

Consiglio spassionato da chi avrà letto questa poesia almeno 150 volte (vi giuro su Meryl Streep che non esagero): essendo T.S.Eliot uno dei massimi esponenti della corrente letteraria del modernismo – movimento in cui regnava sovrana la poesia per immagini – il mio suggerimento è quello di tentare di evocare visivamente le scene descritte dal protagonista. Vi sarà molto utile per capire il flusso di coscienza del protagonista.

Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

[…]

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? »
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli –
(Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo –
(Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! »)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti –
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora? –
Come potrei cominciare?

[…]

Primo in ordine cronologico (1910 -1911) tra i lavori più celebri di Eliot, questo monologo drammatico anticipa già alcuni dei temi principali della sua celebre opera La terra desolata (1922): l’esplorazione dell’animo umano in tutta la sua fragilità, la solitudine, la caducità delle percezioni umane, la paura.

Questa sorta di soliloquio ci porta in un viaggio all’interno della mente di J. Alfred Prufrock, uomo insicuro e riflessivo che si trova, nel bel mezzo di una festa, a ragionare in maniera nevrotica sulle sensazioni di disagio e inadeguatezza che governano la sua vita. Prufrock finisce per isolarsi dalla folla degli invitati per rifugiarsi in una conversazione a senso unico con un ipotetico interlocutore verso il quale nutre un interesse sentimentale. Purtroppo, nemmeno nella sua immaginazione l’uomo trova il coraggio e le parole per dichiararsi all’interlocutore, finendo immancabilmente con il rifugiarsi in una bolla di reticenza e quesiti esistenziali destinati a rimanere senza risposta.

Bozzetto a matita del complesso e sfaccettato flusso di coscienza della mondana Mrs Dalloway (1925) di Virginia Woolf, Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock stupisce per la delicata umanità che esala verso dopo verso e per la frammentaria giustapposizione di esistenzialismo e quotidianità.

Mi sono resta conto cercando di semplificare al massimo questo intricatissimo componimento che non avrei potuto scegliere niente di più complicato. Anch’io, proprio come l’io narrante, mi rendo conto di essere totalmente incapace di esprimere quello che voglio dire. Di Eliot sono complessi i frequentissimi riferimenti letterari, la corposità della carne messa al fuoco, la struttura metrica… e molto altro. Ma quello che amo molto di questo poeta è che ciò che vuole comunicare deve essere sentito e non può essere mai del tutto spiegato. Sta al lettore cogliere i riferimenti che gli sembrano più opportuni, vedere con i suoi occhi ciò che gli sembra più interessante vedere, interiorizzare gli spunti che più lo hanno colpito.

Avrei moltissime cose di cui parlare, ma mi limiterò a dire questo: Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock è, a parer mio, il più breve e vivo ritratto di tutti quei dubbi e insicurezze che si insediano in un angolo nascosto della nostra mente e contaminano tutto quello che gli sta intorno, minacciando di farci fallire in ogni possibile ambito. Fin troppo spesso ci sentiamo soli e inadeguati, a tratti estranei rispetto al resto del mondo. Il “posso osare?” di Prufrock è scaturito dalla penna di Eliot 110 anni fa eppure, ancora oggi, è un quesito che governa costantemente le nostre vite. La paura ci conduce spesso a nascondere la testa nella sabbia, “a misurare la nostra vita con cucchiaini da caffè” e a metterci costantemente in discussione. È frustrante. È difficile. È stancante. È un peso troppo ingombrante per una persona sola.

La conclusione a cui sono arrivata, sentendomi un po’ J. Alfred Prufrock anch’io, è che la zappa sui piedi ce la diamo limitandoci a sfogarci in un soliloquio, quando basterebbe renderlo una sorta di monologo per semplificare la faccenda. La grande differenza tra soliloquio e monologo sta in chi ascolta: un soliloquio non prevede un ascoltatore, mentre un monologo prevede che ci sia qualcuno ad ascoltare e, eventualmente, a rispondere. Dobbiamo condividere di più. Magari, se Prufrock avesse confidato le sue sicurezze ad un amico invece di costruire un castello di carte enorme soltanto nella sua testa, avrebbe trovato le rassicurazioni e il conforto di cui aveva bisogno. Alle volte, tutto quello di cui abbiamo bisogno sono uno sguardo esterno e l’abbraccio di qualcuno che ci vuole bene.

Pensieri? Parole? Commenti? Fatecelo sapere qui sotto o con una mail.

A venerdì prossimo!
M.

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