La luce del ricordo, il Museo per la Memoria di Ustica

Un museo per potersi dire riuscito, per essere chiamato come tale, deve suscitare un turbamento nel visitatore, deve far scattare qualcosa che lo imprimerà per sempre nella sua memoria. Questo, per quanto mi riguarda, è successo, in modo travolgente, con il museo per la memoria di Ustica a Bologna.

Era il 27 giugno 2007, quando il museo aprì al pubblico, per volere dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica. Esattamente 27 anni dopo che, il DC9 Itavia, partito da Bologna con destinazione Palermo, esplose e cadde al largo di Ustica.

Entrare in questo luogo è qualcosa di inspiegabile. In silenzio, si varcano le porte di un tempio sacro, un reliquiario, ma tu non sei spettatore, sei parte integrante dell’istallazione creata da Christian Boltanski, perché su quell’aereo potevamo esserci noi, o qualcuno che amiamo, perché quell’evento ha segnato la vita di tutti anche in modo indiretto. Tu, fruitore, sei parte della storia perché la tua memoria è la cosa più preziosa che si possa donare a quelle 81 persone e ai loro cari che ancora cercano la verità.

81 specchi neri portano il visitatore ad immergersi in questo scenario, a prestare il volto alle voci delle vittime che, trasmesse tramite autoparlanti, parlano di futuro nel modo più semplice e quotidiano possibile.

81 lampadine illuminano le macerie dell’aereo posto nel cuore del museo, lampadine che sembrano quasi spegnersi per poi riaccendersi ancora più luminose, a simboleggiare la forza del ricordo, della memoria, che permette a quelle lampadine di non spegnersi mai del tutto. Parlare della strage e di questo museo mantiene viva la luce sugli eventi di quella sera del 27 giugno 1980, eventi che da troppi e per troppo tempo sono stati insabbiati.

Un’indagine, ancora irrisolta per vari motivi, vede protagoniste dinamiche politico-internazionali che hanno coinvolto 81 civili. 68 adulti, 11 bambini e due neonati si sono ritrovati in mezzo ad un’azione di guerra in tempo di pace. La loro unica colpa è stata quella di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. 

Tutta la vicenda in sé sembra quasi un libro o un film giallo, per tutti i fatti che emergono anno dopo anno e tutto ciò che è stato nascosto per un motivo o per un altro, per tutte le ulteriori morti conseguenti o successive; eppure, non è niente di inventato, perché su quell’aereo sono state uccise davvero 81 persone innocenti. Persone che tutt’ora non hanno trovato un colpevole per la loro morte.

Per una ragazza di vent’anni come me, che sapeva ben poco della strage di Ustica, la presenza di un’educatrice museale, che ci ha accompagnato nella visita, mi ha permesso di vivere l’esperienza in modo totalizzante. La competenza e la professionalità erano intrise di un forte coinvolgimento emotivo e umano che mi ha fatto arrivare il suo racconto dritto allo stomaco, lasciando una traccia indelebile nella mia mente.

Penso che chiunque si potrebbe chiedere cosa ci facesse una ragazza di vent’anni, che non ha vissuto minimamente quegli anni, in un posto del genere, in una domenica pomeriggio come tante, ed effettivamente è quello che ha chiesto anche un signore che faceva parte del gruppo della visita a cui ho partecipato con due mie amiche. In quel momento ho semplicemente risposto che ci era stato consigliato da un’insegnate, che di base è la verità, ma una volta uscita dal museo in me sono emerse diverse riflessioni. Tra questi pensieri, uno in particolare rende esplicativo l’impatto che ha avuto questa visita, e l’ho rivolto ad una delle mie amiche che mi hanno accompagnato, che è siciliana: “Ma ti rendi conto che quella stessa tratta, Bologna-Palermo, tu l’hai percorsa tantissime volte come tutti loro?”. Ecco perché è importante conoscere questa storia, anche per noi giovani, anzi soprattutto, perché come quelle 81 persone, anche noi viviamo una vita inconsapevoli di cosa abbiamo davanti, i nostri gesti quotidiani corrispondono a quelli che compivano loro, i nostri sogni e i nostri problemi potrebbero essere gli stessi di tanti loro. Inoltre, dato il momento storico e sociale in cui stiamo vivendo, anche una storia di quarant’anni fa, diventa incredibilmente attuale.

L’artista incentra la sua poetica proprio sull’ineluttabilità della sorte, sulla memoria e sulla convinzione che l’arte abbia un ruolo di testimonianza civile nella nostra società. Boltanski, nell’installazione, non inserisce elementi biografici riferiti alle vittime, le lascia nell’anonimato perché quello non sia un cimitero, ma un luogo di fatti e verità, che racconti una storia, che è la storia di tutti coloro che ne vogliano parlare, perché eventi del genere rimangano nella memoria collettiva e non accadano nuovamente.

Visitare un museo come questo fa capire quanto sia importante la vita anche nella sua banalità più quotidiana. Oggi, questo pensiero dovrebbe essere ancora più forte in noi, data l’incertezza che ci sta travolgendo dopo l’attacco improvviso all’Ucraina. Come abbiamo più volte constatato, nelle guerre, che siano dichiarate o no, a rimetterci non sono sicuramente i leader politici, ma i civili. Tutti noi ci siamo chiesti cosa poter fare in questa situazione, come renderci utili, ma in realtà la cosa più importante che possiamo fare è semplicemente non rimanere in silenzio. L’informazione e il dialogo sono le armi più potenti di cui disponiamo, in modo da non far cadere nell’indifferenza questi eventi che, come per la strage di Ustica, non devono essere dimenticati.

Nel modo in cui Boltanski ha parlato del 27 luglio 1980, molti artisti, da Anish Kapoor a Julian Schnabel, stanno esprimendo il loro pensiero riguardo il conflitto in Ucraina, grazie ad un progetto a cura di Demetrio Paparoni, che ad Artribune ha detto una frase che secondo me racchiude un aspetto fondamentale dell’arte e del museo di cui ho parlato: “Se l’arte serve per creare un dibattito, penso che qualcosa lo abbiamo fatto.” (puoi leggere l’articolo di Artribune cliccando qui https://www.artribune.com/editoria/2022/03/guerra-ucraina-14-grandi-artisti-internazionali-domani/)

– Sveva

Fotografia in copertina a cura di Davide Alberani – Wikimedia Commons CC BY-SA 2.0

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