Dopo l’anno mancato a causa dell’emergenza sanitaria di Covid-19, a Venezia, torna la Biennale d’arte, che in questa edizione ci porta in un mondo incantato tra il sogno e la realtà.
La curatrice di quest’anno è Cecilia Alemani, prima donna italiana a dirigere la Biennale, e per il tema scelto si è ispirata al libro di Leonora CarringtonIl latte dei sogni” che dà anche il titolo all’evento.
L’artista surrealista in questione, nel suo libro, descrive un mondo magico nel quale la vita viene costantemente reinventata attraverso l’immaginazione e nel quale si abbraccia una continua metamorfosi e trasformazione. La Carrington crea un universo libero e pieno di infinite possibilità, ma è anche l’allegoria di un secolo che impone una pressione intollerabile sull’identità.

Su questa base Cecilia Alemani sviluppa una narrazione che chiama in causa la contemporaneità stretta e tematiche universali – dall’identità di genere al rapporto sempre più conflittuale tra uomo e natura, fino alla dialettica corpo-tecnologia.
Per la prima volta nella storia della Biennale di Venezia, troviamo ad esporre una maggioranza di donne e soggetti non-binary, riflettendo non solo sul variegato panorama artistico internazionale ma anche sulla sovversione del ruolo maschile da sempre dominante anche nel mondo dell’arte.

Come prima donna italiana a rivestire la posizione di curatrice ho voluto dare voce ad artiste e artisti in modo calibrato, ma con un’attenzione particolare alle donne, soprattutto nelle piccole mostre che ho definito “capsule del tempo”, dedicate alle artiste delle avanguardie del ‘900, spesso rimaste nell’ombra, escluse dai manuali di storia dell’arte, sebbene altrettanto talentuose rispetto ai colleghi maschi.

Cecilia Alemani a Io Donna, 22 aprile 2022

Dopo questa breve introduzione vi porto nella mia giornata di full immersion alla biennale, 10 ore per visitare Arsenale e Giardini che ho cercato di sfruttare al meglio, tralasciando il meno possibile.

Partiamo dall’Arsenale

È sempre disorientante vedere così tante opere tutte insieme e sicuramente per apprezzarle davvero ci vorrebbe più tempo, per questo vi parlerò di una selezione dei lavori che, personalmente, mi sono piaciuti di più o che mi hanno colpito particolarmente.
Devo dire che la presenza di arazzi con materiali di riciclo era davvero impressionante, ma uno in particolare mi ha letteralmente incantato, quello realizzato da Igshaan Adams, artista sudafricano che tratta temi riguardanti l’Africa postcoloniale. Con i suoi lavori va ad immortalare le cosiddette “linee di desiderio”, ossia percorsi improvvisati nati come conseguenza dell’erosione dovuta al traffico pedonale e utilizzati nel corso dell’Apartheid per collegare le comunità che il governo mirava a tenere forzatamente separate. Il grande arazzo realizzato per questa Biennale rievoca quasi un’atmosfera sognante, forse anche grazie alle installazioni di fil di ferro, appese di fronte al lavoro, che rievocano delle nuvole di polvere create dalla danza indigena riel della provincia del Capo Settentrionale, i percorsi di fortuna nati dalla necessità vengono quindi trasformati in un segno di gioia collettiva. Penso sia impossibile non rimanere ammaliati dai colori e dai disegni creati dall’artista, i complicati intrichi di tessuto e perline mi hanno lasciato senza parole, mi chiedo davvero quanto ci sia voluto nel realizzarlo!

Un altro artista che lavora sul tema della lotta contro la colonialità, è Kapwani Kiwanga, di nazionalità canadese. La sua installazione per il latte dei sogni occupa un’intera sala, dei grandi dipinti semitrasparenti, come dei veli, suddividevano lo spazio in vari settori che includono altre opere di altri artisti; questi dipinti, riprendono i colori del deserto al tramonto e sono uniti ad una serie di sculture in vetro contenenti sabbia. L’artista definisce la sabbia come materiale politico: un danno provocato dall’industria petrolifera e un richiamo alla crescente aridità del pianeta.
L’ambiente suggestivo creato da Kiwanga, nonostante la divergenza nelle tematiche e nella poetica, mi ha riportato alla mente il lavoro di Carlos Garaicoa che ha allestito, per l’Art city di quest’anno a Bologna, all’oratorio di San Filippo Neri, che ho adorato e che forse mi ha fatto apprezzare ancora di più l’opera dell’artista candese.

Ma probabilmente l’opera più immersiva esposta all’Arsenale è quella creata dall’artista colombiano Delcy Morelos, che con un’installazione site specific ci porta letteralmente dentro la terra. Un labirinto di zolle di terra, che ti avvolgono non solo spazialmente ma anche sensorialmente, puoi sentire il suo odore, il suo calore, l’umidità che emana. Morelos vuole infatti mostrare il rapporto che abbiamo con la natura, qualcosa di estremamente amalgamato con il nostro essere, ma anche il fatto che questa natura è in continuo divenire e non qualcosa di inerte.

Attraverso i padiglioni

Passiamo ora ai padiglioni delle varie nazioni, dislocate tra la zona dell’Arsenale e i Giardini.
Ho stilato una personalissima top 5 di questa edizione, senza particolari spoiler in modo da non rovinare la sorpresa a chi ancora non ha visto l’esposizione.

5. Sultanato dell’Oman

Come nelle classifiche serie partiamo da quella che è l’ultima posizione, in cui ho messo il padiglione inaugurale del SULTANATO DELL’OMAN, dove gli artisti Anwar Sonya, Hassan Meer, Budoor Al Riyami, Radhika Khimji e Raiya Al Rawahi rispondono tramite le loro opere alla domanda della curatrice del latte dei sogni “cosa sarebbe il mondo senza di noi?”. Un ambiente senza tempo e suggestivo che mi ha sorprendentemente affascinato.

4. Italia

Alla penultima posizione metto il nostro padiglione (che per orgoglio nazionale non potevo mettere all’ultimo posto). L’artista che rappresenta l’ITALIA, Gian Maria Tosatti, intitola il suo lavoro “Storia della Notte e Destino delle Comete” che si districa tra riferimenti teatrali, letterari e artistici. Narra del difficile equilibrio tra Uomo e Natura, del bilico tra i sogni e gli errori del passato e le prospettive del futuro.
Tematica difficile da cogliere al primo sguardo ma sicuramente trattato con una grande profondità, le ambientazioni create da Tosatti sono come uscite da un film apocalittico, lasciano un senso di spaesamento e anche, personalmente, di inquieta angoscia, ma di quelle che fanno riflettere.

3. Francia

La medaglia di bronzo se la guadagna il padiglione della FRANCIA. Che in un allestimento dall’aria vintage, ha saputo decisamente conquistarmi. Lo spazio è ricco di tanti dettagli che non possono non essere apprezzati dagli amanti degli anni ’60-’70, come ad esempio – piccolo spoiler – la raccolta di vecchie pellicole da cinepresa. “Dreams have no titles” è una video installazione realizzata da Zineb Sedira, dove indaga le motivazioni che, negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, portarono a realizzare film militanti, testimonianza del sodalizio culturale nato in passato fra le due sponde del Mediterraneo. Con questo fine crea uno studio cinematografico, offuscando i confini fra finzione e realtà, fra memoria personale e memoria collettiva.

2. Corea

La KOREA si aggiudica il secondo posto con la mostra “Gyre”. Difficile negare la straordinaria qualità delle installazioni di Yunchul Kim che hanno l’intenzione di far emergere il movimento nell’immobilità e l’immobilità nel movimento, i cicli di creazione sono onnipresenti e permeano tutto: energia, materia, vita. L’artista crea un universo dove le sue installazioni mutano continuamente e sono influenzate da eventi cosmici, atmosfera, luce e natura.

1. Malta

Non è stato facile definire gli ultimi due posti perché sono praticamente un ex aequo ma alla fine il mio amore per Caravaggio, che gli artisti del padiglione di MALTA hanno omaggiato, ha prevalso facendogli ottenere il primo posto.
Arcangelo Sassolino, Giuseppe Schembri Bonaci e Brian Schembri con “Diplomazija astuta” hanno reinterpretato la pala d’altare caravaggesca “La decollazione di San Giovanni Battista” con un’installazione scultorea cinetica. L’opera ripropone i temi del pittore seicentesco all’interno di un contesto moderno, invitando i visitatori ad attraversare uno spazio immersivo dove la tragedia e la brutalità dell’esecuzione di San Giovanni vengono sperimentate ai giorni nostri, ogni goccia che cade rappresenta un’ingiustizia del passato che si disperde nell’acqua ma che al tempo stesso si riverbera nel futuro.
Questo lavoro mi ha stregato, è difficile spiegare la meraviglia di trovarsi di fronte ad una pioggia di luce che, con un ritmo ipnotico, ti lascia con il fiato sospeso ad ogni intervallo.

Menzione speciale: Danimarca

Devo fare una menzione speciale al padiglione della DANIMARCA che mi ha scosso al punto da non sapere dove posizionarlo in una classifica. Per chi è particolarmente sensibile, preparatevi ad un impatto davvero da togliere il respiro, un’installazione che deve sconvolgere, proprio per il tema trattato. Sono ancora impressionata dalla realisticità delle sculture, che sembravano davvero creature reali. Un lavoro che lascia uno strano senso di turbamento e tanti interrogativi. L’intera ambientazione di Uffe Isolotto è pervasa da profonda incertezza. È impossibile dire se sia tragica o intrisa di speranza. Forse entrambe le cose? La famiglia protagonista incarna la complessa e inquietante esperienza legata all’andare avanti nel mondo di oggi drasticamente cambiato? Se così fosse, la domanda più ampia sarebbe la seguente: cerchiamo rifugio in chi eravamo o cerchiamo delle vie di fuga in chi potremmo diventare?


Ho cercato di portarvi con me in questa Biennale sia chi ci è già stato, sia chi ancora no, e che spero di aver incuriosito al punto da andare a Venezia ad ammirare queste opere con i propri occhi.
Fateci sapere le vostre opinioni e i progetti che vi sono più piaciuti, in questa edizione della Biennale!

Tutte le info al link https://www.labiennale.org/it/arte/2022

– Sveva

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