Two is megl che uan”, recitava un famoso spot dei primi anni 2000. Ma se nel caso del famoso gelato c’hanno azzeccato, lo stesso non si può (sempre) dire delle serie TV – specialmente quando si cerca di infilare elementi “woke” per strizzare l’occhio alla Gen Z. Il risultato? Un minestrone slegato e insapore. Perché woke non è sempre meglio.

È questo il caso de La gang del guanto verde, produzione Netflix made in Poland la cui seconda stagione è uscita di recente. Dopo aver deciso di appendere il guanto (verde!) al chiodo e prendere strade diverse, le tre ladre e amiche sono richiamate agli ordini (letteralmente) da uno spietato gangster disposto a tutto pur di possedere una famosa opera d’arte.

In questo secondo capitolo, il concetto del doppio la fa da padrone. Alla gang, infatti, se ne affianca un’”altra”, composta dagli strampalati amici della casa di riposo che si dimostrano abili compagni di malefatte. L’elemento numerico si palesa anche nel contrasto fra vecchie e nuove generazioni, come nel ritorno del mitico duo dell’abile (e giovane) ispettrice e del vecchio (e poco sveglio) collega.

Trailer della seconda stagione di The Green Glove Gang. Crediti: Netflix.

Ciò, tuttavia, costituisce una lama a doppio taglio. La narrazione dà fin troppo spazio ai nuovi arrivati, coinvolgendoli in sottotrame che non aggiungono nulla di concreto alla storia. Un esempio? Si scopre che una delle amiche della casa di riposo è lesbica. Qual è il problema? Nessuno, se non fosse che non conferisce nulla alla trama, dando l’impressione che l’elemento LGBTQIA+ sia stato inserito quasi di forza, per “far piacere” un po’ a tuttə.

E le tre protagoniste? Relegate a mere ombre senza evoluzione, marionette senza vita alle dipendenze di un ricco magnate senza scrupoli. L’amicizia e l’affetto genuini, elementi fondanti della prima stagione, qui vengono sacrificati in nome di legami famigliari forzati che nulla hanno a che vedere con la bellissima found family del capitolo precedente.

Foto tratta dalla seconda stagione di The Green Glove Gang. Crediti: Netflix.

Di buono, però, qualcosa c’è. In tutto questo marasma, degna di nota è la scelta del trio di intervenire per aiutare persone, o animali, in difficoltà, ponendo il focus su fatti di cui spesso, purtroppo, si sente parlare in TV.

Va da sé che una terza parte – nonostante il finale aperto – non sia la soluzione ideale, visto il cattivo rapporto che Netflix ha con le terze stagioni (basti pensare a Dear White People o GLOW, di cui vi parlerò presto). O, al contrario, potrebbe risollevare gli standard a cui siamo statə abituatə con la prima parte?

È vero, non c’è due senza tre; ma, certe volte, è meglio fermarsi prima.

E voi, l’avete vista? Fatemelo sapere qui sotto!

– Mariangela

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