Se guardi le montagne al contrario sono una grande V o un grande calice da cui assaggiare l’essenza di un paese. La prima grande culla della viticultura, la Georgia, intreccia tre dei suoi caratteri più longevi – il vino, l’arte tessile e la religione – per rendere la sua storia visivamente gustosa.

Passeggiando per Tbilisi si contano più bandiere europee di quelle che normalmente si vedono in una capitale dell’UE. Per non parlare dei murales e dei graffiti che inneggiano a quel tanto agognato sì di Bruxelles. La Georgia rappresenta la quintessenza della definizione di crocevia tra est e ovest, tra Asia e Europa: uno snodo cruciale per capire connessioni e disconnessioni.

Il Caucaso come destinazione non è mai stato nella mia lista, ma si è rivelato un vaso di Pandora, in grado di gettare luce su tante cose, spesso date per scontate. O delle quali si conosce una solo prospettiva.

Entrando in Georgia dall’Armenia, il colore rosso arido della terra brulla che apre le porte del continente asiatico si rimescola gradualmente col verde dei boschi e delle distese di campi che anticipano i paesaggi del nord del paese. Il panorama montano i georgiani lo portano nel cuore e nella scrittura: il loro alfabeto rimanda infatti a quei rilievi che fanno da sfondo alla vita nel paese.

Lado, un ragazzo conosciuto in città che mi ha portato verso le montagne, mentre mi mostrava dal finestrino il confine con l’Ossezia (regione attaccata dalla Russia nel 2008), descriveva il suo paese come piccolo, povero, ma forte. Una forza dimostrata contro le invasioni persiane, turche, mongole e sovietiche… E mi dice che alla fine tanti dicono che Georgia e Italia hanno molte cose in comune: il mare, le montagne e il vino.

Si chiamano quevri, in georgiano ქვევრი, e sono delle anfore in terracotta per la fermentazione dei mosti e la vinificazione. I quevri vengono interrati, sfruttando in questo modo la capacità termo regolatrice del terreno. E questo lo si fa da 8000 anni, ovvero dall’abbandono della vita nomade per quella sedentaria. La viticultura si identifica quindi come una costante nella storia del paese.

In primis con l’avvento di greci e romani, che presumibilmente hanno portato questo come bottino in quella che divenne poi l’altra grande culla della viticultura, con Dioniso e Bacco come suoi testimoni. E la natura stessa di Dioniso rimanda alla tradizione secolare dell’uva nella terra. La madre di Dioniso, Semere, letteralmente “sotterranea”, personifica il concetto di Terra come grembo fecondo che ingloba la vita per poi rigenerarla; dalle prime forma di agricoltura il mito si riversa nel quotidiano con la tecnica del quevri, ovvero il ricongiungimento con la terra e la sua metamorfosi.

Il vino si è adeguato al susseguirsi delle varie epoche e dei nuovi bisogni, rivelandosi un compagno fedele per la diffusione del cristianesimo. La Georgia infatti fu uno dei primi paesi toccati dalla cristianizzazione, avvenuta tramite la croce di Santa Nino – una croce formata da rami di vite, legati con ciocche di capelli.

Nelle foto: Monastero a Tbilisi, Convento di Katskhi, Monastero di Mgvimevi

Ed ecco un ulteriore elemento in comune col nostro paese: l’intreccio profondo con la religione cristiana, non nella sua versione cattolica, bensì ortodossa. Oltre che di vigneti e poderi, la Georgia pullula infatti di chiese, delle più incredibili. Da monasteri arroccati in cima a colonne basaltiche a conventi costruiti nella roccia. In questi luoghi remoti sono stati rinvenuti e analizzati diversi dipinti che ricostruiscono la vita tra quelle montagne e dai quali è stato possibile estrapolare ricami e materiali tessili utilizzati nelle varie epoche. Il tutto per essere poi trasposto sulle etichette di una serie di bottiglie di vino.

Da qui il progetto di TSV Holding che unisce lo studio dell’arte tessile con una delle attività più longeve del paese, in quel tentativo di restituzione dell’essenza georgiana stessa.

Fonte: https://www.tsvholding.com/

La congiunzione tra arte e vino genera la sinestesia per eccellenza: il tentativo di rendere visibile ciò che appartiene al gusto – stuzzicare le papille attraverso le pupille.

Da chi prendere l’ispirazione più autentica, se non dalla natura? Indipendentemente dal periodo storico, i paesaggi georgiani fanno da stella polare delle trame degli abiti raffigurati. Dalla natura non si trae solo l’ispirazione artistica, bensì anche gli strumenti necessari alla sua esternazione, ovvero i colori che da piante e fiori derivano.

Fonte: https://www.tsvholding.com/

Ed ecco come qualcosa di apparentemente statico, come può apparire una bottiglia di vino, prende coscienza. Quante volte si è abusato del concetto dell’invecchiamento del vino per indicare il miglioramento di una persona nel tempo. Acquisire carattere, essere in continua mutazione, la connessione profonda con le mani di chi da anni quei terreni li coltiva e grazie ad essi ci vive; il rapporto più naturale e arcaico – un lavoro di pazienza e lungimiranza. Lavorare ora, per una conferma di realizzazione solo futura. Ma ogni passo, a distanza di tempo tra uno e l’altro, costruisce il sapore e la storia di quanto si versa nel calice. E tutto questo lo si rende decifrabile attraverso il cappotto messo al frutto di quella attesa. Un’arte, quella della viticultura, che continua a viaggiare nelle epoche del paese, con un bagaglio che ha accumulato peso, trasformandosi, ma rimanendo ancorato a tecniche antiche.

– Anna

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