Composing while decomposing, cioè, “comporre mentre ci si sta decomponendo”. No, non è uno scherzo, ma la verità. Di recente, sono state scoperte delle nuove composizioni – di Mozart prima, e Chopin, poi – che sono, a detta di storicə ed espertə, attribuibili con certezza ai due compositori, scomparsi duecento anni fa. Insomma, un vero e proprio diss ante litteram…
L’AI, dunque, non c’entra niente (almeno stavolta). Se si prova a chiedere a ChatGPT di comporre una melodia, infatti, risponderà che non è capace di produrre audio, ma può aiutare a creare testi, o dare una sequenza di note. Se la musica, dunque, non è proprio il suo forte, lo stesso (non) si può dire delle arti grafiche. Spesso, infatti, capita di incappare in immagini palesemente AI generated, con quattro dita anziché cinque, dettagli sfasati e un incredibile senso di anonima vacuità.
Ma, allora, dobbiamo davvero gridare al lupo e temere l’invasione delle macchine, manco fosse un film alla Kubrick? O, al contrario, esaltare l’intelligenza artificiale come la migliore delle scoperte? O, invece, optare per una via di mezzo e riconoscerne il potenziale, specialmente nel campo delle scoperte scientifiche e archeologiche, o persino dell’accessibilità? Siri, Alexa, o automobili che potranno essere guidate con la sola voce: l’AI sembra davvero star spianando la strada ad un mondo sempre più alla portata di tuttə, senza barriere visive, architettoniche, o di altro tipo.
Se ci fermiamo un momento e ragioniamo sull’impatto che ha attualmente l’AI sulla produzione artistica, coniugata in ogni sua forma, ci rendiamo conto che in realtà siamo ancora nella fase embrionale di questo nuovo modo di creare arte.
E in futuro? Cosa succederà?
Come sarà percepita la creazione dell’arte da una forma intelligente che per rapidità e quantità di informazioni, abbiamo visto, è in grado di superare la capacità umana? Nello scenario futuro, forse il fenomeno dell’AI entrerà semplicemente a far parte della normale produzione di opere artistiche (un vero colpo duro per noi nostalgici dell’arte creata con ricerca, lentezza e dedizione), come si è passati nel tempo da una scrittura a mano a quella al PC.
Eppure possiamo davvero parlare dell’AI come di un’evoluzione positiva?
Probabilmente, come abbiamo detto, in molti ambiti sì, ma questa affermazione non ci convince troppo quando si parla di dare vita all’Arte, lo strumento di comunicazione per eccellenza, che per secoli è stato in grado di connettere le anime umane attraverso una melodia, un tratto di pennello, un’emozione.
È vero, l’intelligenza artificiale sta aprendo orizzonti completamente nuovi nella produzione artistica, ma non arriverà mai (e forse tra trent’anni questa sarà un’affermazione molto da boomer) a prendere le nostre emozioni e trasportarle in un mondo in cui solo l’arte autentica ha voce in capitolo.
Il futuro, insomma, è sempre più AI. Eppure, manco lei sarebbe riuscita a prevedere che due G.O.A.T. della musica classica avrebbero droppato nuova musica due secoli dopo la loro morte. E allora, mentre aspettiamo che nasca un sosia di ChatGPT capace di inventarsi canzoni e melodie che Bob Dylan spostate, noi ci godiamo queste due nuove hit.
Perché quelle, le emozioni, sono e saranno sempre umane.
– Mariangela e Bea
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