Car* amic* di Afroditelo, quest’oggi parleremo dell’impetuoso film documentario di Brett Morgen “Moonage Daydream”, fulgida testimonianza del genio artistico musicale di David Bowie e il cui titolo è tratto dall’omonimo pezzo dell’album del 1972 “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars”.

Un alligatore, un genitore, un invasore dello spazio, un diavolo a quattro. In piena conformità all’intro del brano, è difficile incastonare un diamante raro come David Bowie in un qualsivoglia anello prezioso. O, tantomeno collocarlo in un ambito o contesto socioculturale ben preciso.

Il prodotto filmico del documentarista americano è un concentrato visuale e sonoro che strizza l’occhio ad una dimensione ineffabile e psichedelica. Il flusso inarrestabile di live musicali, interviste, testimonianze ed opere di David Bowie offre un’esperienza immersiva e liminale che testimonia, lontano da ogni canone precostituito, lo spessore di un uomo destinato a diventare entità eterna.

Un vero e proprio viaggio astrale, tratto dal tour “Diamond Dogs” del 1974, in cui David Bowie si erge a vero Dio uno e trino. Protagonista, voce diegetica e non, pellegrino inquieto senza meta alcuna che rifiuta, come il fiume di Eraclito, l’esigenza di una via maestra da seguire. Pertanto rivendica, al pari delle scuole presocratiche, l’esistenza di una profonda coscienza universale, sostanza primigenia, senza principio né fine.

Bowie segna senza alcun compromesso l’affermarsi del post-modernismo, dell’individuo frammentato e contraddittorio, liquido e, perciò, difficilmente incanalabile in un background ben preciso. Egli inaugura la rivoluzione del gender fluid, nuovo paradigma antropologico che plasma la figura di un viandante cosmopolita, desideroso di intraprendere un nuovo viaggio alla ricerca del sé e tornare alla casa madre con una nuova consapevolezza.

La tecnica sublime di Brett Morgen eleva Moonage Daydream a vero e proprio capolavoro, grazie ad una selezione audio-musicale integrata in un prodotto dal ritmo ben scandito che riproduce alla perfezione l’universo policromico di David Bowie. Vita e produzione del Duca Bianco (uno dei suoi alter ego) rappresentano un fulgido cluetrain manifesto millenario, patrimonio di incommensurabile valore consegnato all’immanenza artistica.

Un impatto quasi dogmatico, come l’opera del 1999 di Levine, che preannuncia la nascita di una nuova realtà e che ha l’onere e l’onore di ergersi a crocevia tra due millenni, come uno Zeitgeist senza tempo, intimo e spirituale che consegna il XX secolo alla sfera eterna.

Coerentemente, il documentario esordisce e termina allo stesso modo, con un monologo dai bassi intergalattici che palesa la verità assoluta celata da finzione e apparenza. L’unico modo per renderla intelligibile è definirsi perennemente, concetto che Bowie trasla alla perfezione, ponendo in essere una continua catarsi artistica, culturale e sociale che indica la retta via per l’umanità.

– Pasquale

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