La responsabilità penale è personale.
L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte.
Articolo 27 della costituzione italiana
L’umanità in carcere
Avevo appena finito una lunga giornata di tirocinio in carcere. Stavo andando a prendere il treno, ma poi mi sono fermata a guardare il cielo e l’ho fissato per dieci minuti di seguito. Dal carcere non ero riuscita ancora a vederlo. Ecco, quel giorno ho scattato una foto al cielo, una foto che dal 2020 è lo schermo del mio telefono per ricordarmi di quella sensazione.
Sembra impossibile, ma in carcere c’è tanta umanità: il padre che non vede il figlio da mesi; il figlio che ha la famiglia lontana; la persona che ha disturbi mentali e cerca aiuto; il poliziotto penitenziario stremato dal lavoro; l’educatore che si impegna per fornire l’assistenza a tutti, etc. Da professionista e persona, io non giustifico nessun’azione e crimini commessi dalle persone recluse, hanno sbagliato e arrecato danni enormi, ma cerco di rispettare i loro diritti e soprattutto di capire il perché siano arrivati a commettere dei reati: solo attraverso la comprensione si può poi operare in un’ottica di rieducazione e reinserimento sociale.

Quando ho letto il post di will_ita dedicato alla mostra “Ri-scatti. Per me si va tra la perduta gente” mi sono commossa perché spesso la tematica del carcere non viene pubblicamente trattata (tra l’altro, avevo già scritto un articolo sulla mostra organizzata da Associazione RiSCATTI Onlus sui disturbi alimentari).
RI-SCATTI. Per me si va tra la perduta gente
Ri-Scatti è un progetto ideato e organizzato dal PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano e da Ri-scatti Onlus e promosso dal Comune di Milano. L’edizione, in mostra dal 9 ottobre al 6 novembre 2022, è stata dedicata al mondo penitenziario: alle difficoltà, alle problematiche, ma anche alle opportunità di crescita e di miglioramento personale “dietro le sbarre“. L’aspetto innovativo non è solo la tematica del carcere, ma anche il fatto che le immagini siano state scattate dai detenuti stessi (ai quali è stato fornito un corso di fotografia e la possibilità di tenere le macchine fotografiche presso le proprie celle) e dagli agenti di polizia penitenziaria di quattro Istituti Penitenziari milanesi: la Casa di Reclusione di Opera, la Casa di Reclusione di Bollate, la Casa Circondariale F. Di Cataldo, e l’Istituto Penitenziario per i Minorenni C. Beccaria.

Parlare del carcere significa parlare della nostra società.
Questa mostra, attraverso gli scatti fotografici delle persone detenute e degli agenti di polizia penitenziaria, cerca di offrire uno sguardo “da dietro le sbarre” per dare dignità alle persone che qui vivono e lavorano.
Sì, è giusto che queste persone scontino la loro pena, ma è giusto che subiscano violenze e lesioni psicologiche e fisiche? É così che cerchiamo di rendere la nostra società più sicura? Come possiamo pensare di reintrodurre queste persone nella vita reale se non li supportiamo nel diventare cittadini migliori?
Spero che queste “fotografie da dentro” facciano comprendere la dura realtà del carcere, ma anche le possibilità che questo può, ma soprattutto, potrebbe dare.

– Sara
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