A volte la vita ti indirizza verso una strada, te la indica, ti riporta su quel tragitto quando ti allontani … almeno io la penso così, ma parlando con Mirko ho avuto una conferma di questa mia teoria.

Mirko è un musicista friulano, un jazzista a livello internazionale che ha fatto della musica il suo lavoro, la sua passione, la sua vita.

Il primo incontro (o direi imprinting artistico) con la musica è avvenuto all’asilo grazie alle suore. Mirko mi ha raccontato che un momento fondamentale (da lui definito proprio come “epifania”) è stato la visione di Fantasia, film Disney del 1940, che lo ha avvicinato e incuriosito ancora di più alla musica.

Questa curiosità ha trovato poi spazio e respiro durante la scuola secondaria di primo grado grazie al maestro Fabrizio Fontanot, definito come “il primo mentore”, che ha “nutrito la gola di sapere della musica” e con cui ha iniziato a suonare la tromba, dedicandosi anche ai primi esperimenti di arrangiamento e composizione.

Affamato di note, Mirko ha definito gli anni delle medie e delle superiori come un periodo in cui ha seminato tantissimo, dove la musica era “come una droga”, uno “spazio emotivo sanatorio”. Grazie al conservatorio e alla banda dell’associazione Armonie di Sedegliano, Mirko ha iniziato a sperimentare con altri strumenti come il corno francese, il trombone, etc.

Dopo la scuola, Mirko ha iniziato varie esperienze lavorative in Italia e all’estero, occasioni in cui ha imparato nuove lingue, conosciuto persone e realtà diverse e imparato nuovi strumenti (sintetizzatori e l’organo elettrico).

Musicista, arrangiatore e compositore, Mirko oggi suona con diverse formazioni e lavora anche con il teatro con attori, registi e danzatori. Nel 2019 firma il suo primo lavoro discografico “Effetto Carsico” per Auand IGM.

Mi piace definire Mirko come un musicista eclettico, affascinato da più generi, affamato di opere, curioso di conoscere sempre di più, ma consapevole che la musica è un qualcosa di più grande dell’uomo stesso.

Giornata internazionale del jazz

Come ti sei avvicinato al jazz?

Quando ho iniziato a suonare la tromba in prima media, il mio patrigno mi regalò due CD di Glenn Miller e uno di Louis Armstrong. Ho cominciato ad ascoltarli sempre più e poi tanto in realtà mi è arrivato anche da quello che suonavamo con la banda (della scuola Mistruzzi di Basiliano- Friuli Venezia Giulia- con Fontanot). Sia le scuole medie che la banda fuori a Sedegliano (dell’Associazione Armonie) … quello è stato tanto, è stato un primo approccio che mi ha colpito molto e per come stavo, per il carattere che avevo allora, mi ha subito catturato. E dentro a tutte queste cose che suonavamo c’erano anche tante canzoni del jazz e della musica leggera. Per cui quando mio padre mi regalò questi CD, abbastanza presto, dopo che avevo imparato a suonar la tromba, mi catturò subito il ritmo che aveva il jazz, l’armonia, le melodie … e mi è successo di innamorarmi con della musica degli anni ’40, ’50, al jazz americano. Pian piano con il tempo ho cominciato a conoscere tutti gli altri periodi del jazz perché, come nell’arte, nell’architettura, … in tutto, c’è sempre una mutazione che accompagna lo sviluppo umano e i suoi periodi e quindi molteplici stili. Il primissimo incontro (con il jazz) quindi è stato in prima media.

Amore a primo CD insomma

Sì, ma è stato un insieme di cose. In realtà, io avevo già suonato la melodica all’asilo con le suore, a Martignacco (Friuli Venezia Giulia), dove avevamo addirittura un’orchestrina. Una delle suore, quando ho finito, ha detto a mia mamma che ero portato per la musica e quando sono arrivato, quasi un po’ per caso, a Basiliano a fare le medie ero già affamato. In realtà, la cosa che mi ha ancora di più instillato la curiosità per la musica è stato Fantasia della Disney, particolarmente il secondo filmato che era quello de “La sagra della primavera” di Stravinskij. Questa è un’opera che mi accompagna da quando sono ragazzino.

Eri destinato a diventare musicista…

La musica, in qualche modo, è riuscita a farmi star bene. Poi sai, magari ci sono delle situazioni più o meno infelici, e in quel momento lì la musica è stata il mio all-in del poker.

Infatti la seconda domanda è proprio: cosa simboleggia, rappresenta per te il jazz?

Devo ammettere che mi è difficile rispondere perché il jazz è una cosa gigante, è come dire il rock: il rock è tantissime cose diverse. In ogni periodo del jazz trovo espressioni di parti diverse di me. In senso lato il jazz potrebbe essere definito come “ascolto” perché normalmente sei comunque insieme ad altre persone che suoni e comunque suoni… non necessariamente per un pubblico perché a volte fai le prove, ma durante le prove ci può essere un’intensità talmente forte che ha un grandissimo valore, anche se non c’è un pubblico. In alcune forme di jazz sei molto invitato ad ascoltarti in profondità per poterti lasciare andare nell’improvvisazione. Per questo dico che il jazz può essere “ascolto” e quindi anche in qualche modo “fiducia”, una sorta di scuola di vita.

Come consiglieresti a una persona di avvicinarsi al jazz?

O ascoltando dal vivo o, se è difficile, magari procurarsi delle registrazioni. Però spesso le persone storgono il naso con il jazz, anche se non sanno che tipo di jazz si suonerà quella sera lì. Ho trovato molto utile consigliare alle persone di ricercare nei film questo. Qual è un film che ti piace? Qual è un film che ha jazz dentro? Quindi cominciare cercando il jazz in qualcosa di cui già si è a conoscenza. È chiaro che poi, a seconda di quanto una persona ha gola o curiosità, andrà a farsi le sue ricerche. Per la gente non musicista è più facile cominciare da qualcosa che conosce già, che però piace. Per esempio, anche gli Aristogatti mi hanno fatto tanto bene insieme a Fantasia: senti la musica, suoni qualcosa con la banda, te lo guardi un miliardo di volte e poi ti viene voglia di cercarlo anche fuori perché è un suono che ti piace e ti fa stare bene. Consiglierei alla gente di cercare gli artisti che sono nei film che gli piacciono. Trovo che nel partire da un’immagine la gente si trovi più a proprio agio.

Durante le mie ricerche ho visto che hai scritto una composizione intitolata “What are you sinking about?”. Di cosa parla? Come ti è venuta l’ispirazione?

Allora, il mio disco “Effetto Carsico” è uscito con l’etichetta che ha prodotto “What are you sinking about?” che è la “Auand” di Marco Valente. Ogni anno Marco Valente fa un ensemble largo prendendo persone che hanno fatto uscire dischi quell’anno. Ognuno aveva il compito di arrivare lì con una composizione. Da tanti anni cerco di scrivere opere o micro-opere con un tema che sento urgente. Probabilmente è un’abitudine che ho preso lavorando con il teatro e con la danza, in cui c’è sempre un significato per tutto. Poi tra i primi insegnamenti che ho avuto da Fontanot c’è stato “cerca di sapere sempre per chi scrivi” o comunque “scrivi per chi sai che suonerà quella musica”, in modo da cucire sull’ensemble, sulle persone che compongono la musica. Quindi all’inizio c’è stato questo pensiero. E poi stavo cercando un tema che mi ispirasse e mi è venuta in mente la pubblicità progresso per lo studio dell’inglese.

Pubblicità progresso per lo studio dell’inglese

Ispirato da questa pubblicità progresso ho pensato a “ma che cosa affondi a fare?” ed è come una critica che magari l’italiano esprime contro il salvataggio delle persone in mare. È come se uno sta affondando e tu gli dici “Ma cosa affondi a fare? Ma chi te l’ha fatto fare?”. Questo mi crea rabbia di per sé, poi magari cerco di scrivere una storia, una composizione, che mi aiuta a trasformare questa rabbia verso le persone fatte così, sperando anche di far riflettere, e traducendo un disagio sociale in musica. Però di base faccio in modo che la musica faccia star bene me: se mi fa stare bene, vuol dire che sto facendo un bel lavoro. Mi aiuta.

“What are you sinking about?” composizione di Mirko Cisilino

Ho visto che fai anche improvvisazione. Com’è improvvisare con le persone? Cosa si crea?

Al riguardo mi piace citare questo violoncellista americano, Tristan Honsinger, che quando venne intervistato su che cos’è l’improvvisazione disse: “Io mi sveglio la mattina, vado al mercato, vedo che cosa c’è, sento quello che mi piacerebbe mangiare rispetto a quello che c’è, per cui sto improvvisando la spesa o il pranzo”. Per cui, il processo di improvvisazione è un processo a cui più o meno tutti noi andiamo incontro, a seconda del carattere. Ogni volta che succede un imprevisto, comunque improvvisi. A volte arrivi a casa, apri il frigo e dici “Cavolo, ho solo queste tre cose, però devo mangiare” e ti inventi il pranzo. Se conosci le pietanze, quando apri il frigo, qualsiasi cosa ci sia dentro, non ti spaventa, riuscirai lo stesso a mangiare qualcosa di buono. Se non le conosci e non sai come improvvisare, può andare bene o male. Poi è anche una questione di sensibilità. Quello che succede nella musica è che lo fai attraverso il suono. Se ti trovi a suonare con persone altamente sensibili, anche se non le conosci ed è la prima volta che ci suoni insieme, può succedere veramente qualcosa di magico perché senti una profondità così grande con una persona nuova… e la musica è uno dei mezzi che rende questo possibile. Quando ci sono improvvisazioni in un gruppo, normalmente ci si conosce da tempo. Improvvisare con quelle persone lì è come se tu, con gli amici con cui hai un’intesa, organizzi una serata di briscola e, durante il gioco, si mescola anche la vostra capacità acquisita di stare insieme. Questo rende la comunicazione più fluida, c’è molta intuizione, c’è fiducia. Il bisogno umano di confronto sta alla base di tutta l’improvvisazione: la capacità di aver fiducia nello sconosciuto. Più esperienza hai e più sei tranquillo ad improvvisare. Se vuoi sapere improvvisare con la tromba, devi saperla suonare e devi aver anche fatto tante improvvisazioni, conosciuto tanti generi, fatto ricerca del suono, etc.

Quindi dici che ci vogliono preparazione, tecnica e sensibilità

Direi esperienza sia tecnica sia di insieme. Più fai esperienze e le fai con tante persone diverse e più hai anche vari colori della stessa esperienza: sei più ricco. E sensibilità, sì.

Il bisogno umano di confronto sta alla base di tutta l’improvvisazione: la capacità di aver fiducia nello sconosciuto

Mirko Cisilino

-Sara

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