Qualche mese fa, durante il mio soggiorno a Dublino, ho avuto modo di visitare l’IMMA (Museo irlandese di arte moderna). Fra una mostra qui e un monumento lì, il Museo è stata una delle mie tappe preferite del mio viaggio nella fredda e uggiosa capitale irlandese.

Immerso nel verde, l’Irish Museum of Modern Art offre “uno spazio straordinario dove la vita e l’arte […] si connettono, si sfidano e si ispirano a vicenda”. È sede di numerose esposizioni, workshop ed eventi tutto l’anno, fra cui “Self Determination: A Global Perspective”, in cui ho avuto il piacere di immergermi. Definita come “una delle più grandi esposizioni nella storia del museo”, è un hub di opere di artistə europeə (e non solo) più o meno conosciutə.

Autoritratto di Maria Łunkiewicz-Rogoyska (1930)

La mostra fa da ponte fra il passato e il presente, dilatando e restringendo il tempo in un unico spazio espositivo che raccoglie opere moderne e contemporanee, realizzate fra gli inizi del secolo scorso e i primi anni ’20 di quello attuale. Il tema di fondo, però, è sempre lo stesso: esplorare il ruolo che l’arte (e lə artistə) hanno avuto nel determinare – e determinarsi – nazioni, ed identità (individuali, e non).

I tetti di Tallinn di Arnold Akberg (1926)

Dall’Irlanda all’Ucraina, passando per Estonia, Polonia e Finlandia: in un periodo storico come il Primo Dopoguerra, segnato dal crollo di vecchi sistemi geopolitici, l’arte fa da trait d’union fra artistə e nazioni emergenti, diventando veicolo principale degli umori e delle istanze dell’epoca. Oggi come allora, in un’era dove i vecchi equilibri duramente conquistati sembrano vacillare di nuovo, l’arte può fornire delle risposte e delle certezze a noi esseri umani?

(it’s complicated…) – Array Collective (2016-)

Fra palloncini che lentamente perdono aria e cucchiai di legno appesi al muro come ai vecchi tempi, “Self Determination: A Global Perspective” è stata per me una scoperta d’insieme. Ho fatto la conoscenza di nomi, e volti nuovi, di artistə del nostro tempo (ma non solo) che difficilmente avrei potuto conoscere basandomi solo sui libri di scuola. D’altro canto, però, trovo che l’obiettivo di fondo si sia un po’ perso. Più che le opere in sé, a parlare di auto-determinazione sono stati per lo più i Paesi di provenienza degli artistə stessə.

Nonostante alcuni pannelli esplicativi sottolineassero come l’arte, ma anche la lingua e la letteratura, siano espressione fondamentale di un popolo e di una cultura, i capolavori esposti sembrano essere meno collettivi e molto più individualistici. Ciononostante, a rimaner(mi) è il mare di riflessioni e di turbinii interiori a cui difficilmente un essere umano sa rispondere – quesiti, che solo l’arte sa provocare.

La mostra, purtroppo, si è conclusa a fine aprile scorso, ma fino al 09 settembre è possibile ammirare ancora alcune delle opere nelle Gallerie del Giardino (Courtyard Galleries).

E voi, cosa ne pensate? Vi sono piaciute le opere in foto? E quand’è che un’opera d’arte vi ha colpito talmente tanto da spingervi a riflettere su questo, o un altro tema? Fatemelo sapere nei commenti qui sotto!

A presto,

– Mariangela

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